Dunque ora è il diciassette aprile, partenza ore 6.55.
Vado a terminare lo zaino, poi mi taglierò i capelli a zero.
Appunti di viaggio.
India
L'arrivo
Mai visto niente di simile in tutta la mia vita.
V. non ha dormito niente durante il viaggio. Ha letto libri, mappe, guide e si è preparata a vedere l'India. Io invece ho dormito, ero stanco ed avevo riposato poco la notte prima. E poi volevo farmi travolgere, dall'India, ecco, non volevo essere troppo preparato.
Sono arrivato ieri notte, il mio primo ostello è stato un YMCA.
Durante il tragitto dall'aeroporto non ho visto niente, e poi sono crollato a letto. Ma stamattina, stamattina mi sono ritrovato in un altro mondo.
Mi ci sono ritrovato un po' irrigidito, ecco. La notte non è passata troppo bene, dal momento che il condizionatore pareva una motosega e che di fianco all'orecchio, per terra, avevo un aggeggio strano, una specie di caricabatterie da automobili il cui scopo, a mio avviso, era quello di mantenere stabile la corrente elettrica dal momento che ci sono blackout ogni venti minuti. Ebbene questo pezzo di metallo però ogni tanto scattava con una scintilla bianca e questo mi ha turbato un poco il sonno.
Ma il vero motivo della mia rigidità stava nel seguire fino in fondo la Regola Numero Uno di chi va in India per la prima volta, ossia fare finta che non sia la prima volta. Quindi mentire, mentire, mentire, ad ogni domanda. Se si sparge la voce, sei fregato.
Volevo venire in India per l'umanità varia, ebbene l'umanità varia qui comunque non è definita: l'umanità varia si fonde con la fauna, si fonde con i motori, il ferro, le insegne e la puzza. Al di fuori degli uomini, tutto il resto pare comunque umano, gode di una sua identità.
Girare per le strade con il motorickshaw è come entrare nel trenino del terrore al luna park, cose che spuntano da tutte le parti. mucche bellissime che camminano per la strada, e quando si dice per la strada, si dice proprio per la strada, in mezzo, contromano, perché loro, come del resto gli indiani umani veri, le regole non le conoscono.
Entro nel Main Bazar, lì c'è il mio hotel (se così si può definire) per stanotte. Ed in quel momento penso che io non ho mai visto niente di simile nella mia vita. Sono in un sogno.
Un istante penso che vorrei tornarmene a casa, ora, dalla mia famiglia e dai miei amici, poi subito dopo tutto si placa e penso che vorrei stare qui per sempre. È stressante stare dietro a queste sensazioni. Ma penso sarà così per tutto il viaggio.
Esco dall'albergo dopo avere lasciato i bagagli ed essermi messo i sandali - avevo deciso di non usarli inizialmente, c'è di tutto per la strada, ma poi ci ho ripensato perché fa troppo caldo. Mentre entro nei vicoli un tipo col turbante mi incrocia ed afferma che io vengo dall'YMCA.
Ora, il YMCA era dall'altra parte della città.
Come fa il tipo col turbante a sapere che ho dormito là ieri notte?
Questa mattina, il primo giorno in India, compro il The Times of India, costo 1.5 rupie, ossia 60 lire - non ho ancora capito se è perché lo leggono tutti o perché non lo legge nessuno - che apre con un titolo che ho letto ridendo, se non altro per il tempismo del fatto. "It's official: SARS is here" e sotto, una specie di editoriale che inizia con una domanda che a quanto pare ricorreva: "e tutti si chiedevano soltanto: quando?"
When? Oggi. Giusto per il mio arrivo. Non bastava il terrorismo psicologico dei media europei, adesso ci si mette anche il "The Times of India", a parlare della "polmonite killer".
Penso che, in mezzo alla polvere di questa città, anche questo bizzarro coronavirus non avrà comunque vita facile, o magari invece si propagherà tra il miliardo e più di indiani alla velocità della luce, indiani che tra l'altro hanno la pessima abitudine di essere plateali nei gesti di politeness occidentali: il gomito sul tavolo, mangiare con le mani ed, appunto, lo starnuto libero e potente.
V. è un po' preoccupata di questa faccenda, soprattutto dopo avere letto il titolo del "The Times of India".
Questi giornalisti.
Un topo nero un po' bagnato è morto davanti ai miei occhi, molto probabilmente di vecchiaia.
Io non me la sono sentita, ma sicuramente qualcuno l'avrà portato ai lati della strada per evitare che lo schiacciassero.
La buona notizia è che in India i cessi non puzzano.
O meglio, non c'è più puzza della puzza che c'è fuori dal cesso, quindi in fondo in fondo quella del cesso non si può chiamare puzza.
In questo momento mi trovo ancora a Pahar Ganji, dove sta il mio albergo, nell'area del Main Bazar. Non riesco ancora ad andarmene di qui per vedere il resto della città. Questa mattina, quando mi sono alzato, ho guardato fuori dalla finestra, sentivo i rumori, vedevo gli odori, seguivo la gente, e sorridevo nella smania di sapere che cosa avrei avuto davanti ai miei occhi oggi, quale pezzo di quell'umanità apparentemente impazzita si sarebbe mossa lungo il mio percorso.
Poi mi sono calmato e mi sono preparato bene. Bisogna essere davvero preparati bene per uscire lì fuori.
Ho pensato a cosa c'è di più simile a tutto questo nel paese in cui vivo e nei suoi standard, ed ho pensato che l'unica cosa che vagamente ricorda l'atmosfera sono le feste per la strada quando l'Italia vince il mondiale di calcio - qualcosa che può davvero ricordare soltanto chi è nato prima del 75 - per le strade di Napoli, però.
Ed è così sempre, ad ogni ora del giorno e della notte.
Ieri sera sono stato a cena in un ristorante lungo il Main Bazar, un posto dove, quando la clientela ha cominciato ad uscire, hanno tolto il cd di musica locale ed hanno sparato Christina Aguilera, forse in omaggio alla nostra occidentalità, visto che continuavano ad annuire verso il nostro tavolo. Ho cenato in questo locale dove servono birra che non è così facile da trovare qui - stavo con un olandese ed una coppia di inglesi in crisi d'astinenza alcoolica.
Siamo usciti verso l'una di notte.
La strada era vuota e larga, dal momento che i negozi non trabordavano le bancarelle piene di merce, e silenziosa, almeno rispetto ai rumori del giorno. Di notte si capisce con più chiarezza cosa è quella cosa che fa mancare il respiro quando si cammina di giorno. Una coltre densa di polvere, fumi, puzza, crea una specie di barriera che riempie la strada e si dissolve ad un'altezza di una decina di metri da terra - c'è una linea visibile a rimarcare il confine.
Mi sono fermato un po' a guardare in uno spiazzo alla congiunzione di due strade, un posto strano dove non ho ancora capito cosa succeda, sia di giorno che di notte.
In mezzo alla scena c'è una specie di enorme generatore di corrente a gasolio, di fianco un'altra baracca arrugginita con le ruote (sgonfie) con uno sportello che si apre su una fornace accesa da cui escono fiamme alte in metro. Appena di fianco, un enorme mucca bianca rumina sopra un giaciglio di sacchi di calce per cemento, alcuni intatti, alcuni aperti e con la polvere dappertutto. Dietro la mucca sta appeso un tappeto bianco alto tre metri.
Appena accanto al baricentro della scena, nel nero complessivo, un uomo vestito di grigio vende uova bianche sopra un tavolino, splendenti, punti brillanti di luce in mezzo al buio della notte.
Oggi è Pasqua di Resurrezione.
Si capiva che era domenica perché ogni tanto trovavo uno specchio appeso ad un albero sotto le foglie, con di fianco una pila di mattoni e sopra una tovaglia, e sopra la tovaglia delle boccette mezze vuote, ed un barbiere, forse, ma comunque un ragazzo con una camicia azzurra ed una lama in mano. Davanti a lui, rilassato come per il caso, un uomo in genere di mezza età, insaponato ovunque tranne che, manco a dirlo, sui baffi.
Oggi ho conosciuto Sean e siamo stati in giro insieme tutto il giorno. Sean ha lasciato gli USA nel 96, da allora è stato in giro in tanti paesi, manco me li ricordo tutti. Quando è ritornato in Ohio per un po', se non ricordo male nel 99, non ce l' ha fatta a reggere la cosa - reverse cultural shock, dice lui - allora ha preso una bici a New York ed è arrivato a San Francisco cinque mesi dopo.
Ora dice che ha capito bene cosa sono gli Stati Uniti d'America, ed io sto cercando di farmelo spiegare. Tra poco se ne va nel nord ad insegnare inglese ai monaci tibetani rifugiati in India, lo raggiungerò attorno al dieci di maggio.
Continuo a non riuscire ad andarmene da questo posto.
Cioè, ammetto di avere conosciuto pochi altri luoghi malsani in maniera così evidente.
Penso che al mondo ci siano tanti posti dove fa male stare, magari perché c'è materiale radioattivo di chissà quale provenienza, magari per un campo elettromagnetico esagerato, o perché il cadmio si è infiltrato nelle falde e di qui nei rubinetti. Ma spesso lo si sa dopo, la gente vive serena, poi un giorno si scopre, qualcuno è stato male, arrivano i giornalisti, gli avvocati, le inchieste, eccetera. Ma almeno fino ad allora non lo si sapeva, la gente viveva tranquilla e fiduciosa.
Qui no. Qui si vede bene che fa male, è palese. Si sente in gola, negli occhi, nel naso, se ne parla.
V. dice che è pericoloso. Secondo lei con tutti quegli animali, maiali, capre, cani, asini e cavalli per la strada, e naturalmente le mucche, tutto ciò è tutto troppo, insomma il mix, i virus che passano il confine del regno animale, e poi tutto ciò che sta per terra, e per terra qui ci sta davvero di tutto, si dissolve nell'aria, e non è poco.
In più la storia dei taxi truccati, cioè ridipinti. Una legge ha imposto qualche anno fa che quelli di Delhi fossero tutti convertiti dalla benzina al gas. Quelli vecchi, neri e gialli, andarono allora in pensione - le strade sono ancora piene di carcasse - ed arrivarono quelli nuovi, gialli e verdi, ma identici. Allora la soluzione era che se ne prendeva uno vecchio a benzina e lo si ridipingeva. Dove c'era il giallo restava il giallo, il verde al posto del nero, ed ecco pronto il taxi a gas. Ma non fa bene, affatto, visto che sono milioni e tutti nella stessa strada.
Allora, dicevo, si vede chiaro, lucido che fa male. È scontato.
Eppure, proprio non ce la faccio.
Glielo chiedo, a V., tutte le sere: ancora un giorno, V., per favore.
Ciao, io sono Vinod e dormo sopra questo rickshaw.
Normalmente parcheggio qui, di fianco alla bottega del barbiere e un po' nascosto da questa vecchia macchina nera.
Io sto qui da un po' ed in effetti i problemi prima c'erano. Prima ero più basso di adesso, e dormire non era semplice.
Perché all'inizio ero già troppo alto per dormire sul divano posteriore verde e non ci stavo tutto e le gambe uscivano fuori, però non ero ancora abbastanza lungo per cambiare posizione. Quindi dormivo un po' raggomitolato. Quando fa caldo è brutto dormire raggomitolati.
Poi sono cresciuto, e crescendo ho visto che potevo cominciare a mettere il sedere sul sellino. Però era difficile arrivare in fondo a toccare il manubrio, e poi comunque al sellino ci arrivavo appena, così se mi muovevo spesso rischiavo di cadere perché non ci stavo sopra tutto col sedere.
Poi sono cresciuto ancora, e da allora dormire è ancora più bello.
Ora sto bene col sedere sul sellino e la schiena sul divano verde. A volte copro il sellino con qualcosa di morbido ed è più comodo. Adesso arrivo fino in fondo, distendo le gambe fino al manubrio e se voglio girarmi di fianco posso girare il manubrio con le gambe e senza alzarmi, così il manubrio viene più vicino e regge il fianco del mio piede destro.
Mi addormento la sera tardi, e quando c'è rumore e c'è già luce, ricomincio a pedalare.
Ho mentito a me stesso e a V.
Stamattina ho comprato il biglietto del treno.
Lascerò Delhi, e soprattutto la mia strada di Pahar Ganj, soltanto mercoledì notte.
Ripensandoci, ciò che più mi è mancato in questi tre giorni di spostamenti e malattia, è stato un luogo dove scrivere.
Per scrivere ho bisogno di un computer, non riesco a farlo sopra un pezzo di carta, la carta e la penna non mi permettono in alcun modo di tenere il ritmo delle immagini che rivivo.
Sono stato coricato sopra un letto per due giorni e tre notti.
La pala del ventilatore sul soffitto ogni tanto si fermava per il blackout di corrente, e tutto diventava insopportabilmente caldo, ma restava comunque uno stimolo inesauribile al ravvivarsi delle immagini di fronte a me, forse un fatto prevedibile, ma per me unico.
Oggi sono tornato alla stazione per comprare il biglietto; questa sera parto in treno verso il nord, prima tappa Rishikesh.
La prima volta che sono stato alla stazione, sono salito al primo piano per andare all'ufficio per i viaggiatori non indiani, che hanno una quota sui posti disponibili sui treni, ma sono salito dalla parte sbagliata e sono subito stato avvicinato da alcune persone vestite in modo quasi ufficiale, in pantaloni grigi e camicia un tono più chiaro ma senza nessun distintivo delle ferrovie, che mi dicevano che l'ufficio che cercavo era stato chiuso in questo palazzo e che la nuova sede era nel palazzo davanti alla stazione - indicandomi contemporaneamente col dito i finti Foreign Travellers Reservation che a decine occupano la strada di fronte alla stazione.
La mia occidentalità mi frega, ma pure mi aiuta. Una specie di giapponese infatti, conoscendo bene il problema, si avvicina e mi indica dove sta l' ufficio vero.
Allora scendo, ed entro nella stazione.
Ho fretta, mi sento a disagio. Nella sala principale centinaia di persone stanno coricate per terra, non le degno di uno sguardo, non mi preoccupo di notare qualche dettaglio per capire per quanto tempo sono rimaste li - tipo cibo consumato, o coperte stese.
Ho fretta, cerco soltanto ciò che mi serve.
Allora salgo per una scala seguendo il cartello. La scena è buia. È mezzogiorno ed il sole splende, ma in qualche modo tutto è grigio e buio. La scala è larga, di colore marrone scuro, sporca come se fosse abbandonata da anni, su un lato un muro e sull' altro una vetrata, da cui entra il sole.
Che però non illumina niente, tutto rimane grigio e buio, tutte le persone sono del colore della polvere e dello sporco, soltanto si muovono su e giù per le scale, senza troppa fretta ma tutte insieme a centinaia. Mentre salgo, sulla sinistra un uomo sta seduto al contrario, voltando le spalle ai gradini che scendono. Guarda verso i gradini che salgono, ma non sembra volere salire.
È fermo.
È l' unica fiamma di colore in tutta la scena, l' unico corpo, le uniche spalle, le uniche braccia che, splendenti per le ferite della lebbra, il sole ha preoccupazione d' illuminare.
[24.4.03 - New Delhi, Delhi]
[23.4.03 - Pahar Ganj, Delhi]
[22.4.03 - Pahar Ganj, Delhi - Agra - Taj Mahal - Mathura - Vrindaban - Pahar Ganj, Delhi]
[21.4.03 - Old Delhi, Delhi - Sadar Bazar, Delhi - Jama Masjid, Delhi]
L' India per me è un palcoscenico lungo come le sue strade. L' India è fatta di comparse che svolgono un' azione completa, non parziale, nel momento in cui le si osservano. L' India è un lungo piano sequenza di un regista che, passando di fronte alla scena da riprendere, di volta in volta ordina alle comparse di fare ciò che spetta loro, dall' inizio alla fine, senza interrompersi, senza distrarsi, con serietà.
Ecco, lo sguardo di una persona che cammina per le strade dell' India, lo sguardo che si volge a destra e a sinistra, è come l'ordine del regista: azione.
Sean è un grande compagno di viaggio, siamo stati spesso insieme in questi giorni. Siamo arrivati negli stessi giorni e quindi soffriamo e viviamo gli stessi problemi d' adattamento. In più riusciamo a capirci con una sola occhiata. A ridere, a preoccuparci, o a commentare con uno sguardo senza bisogno di farlo davvero. Questo capita con le scene, i dettagli, gli odori e le urla che ci capitano di fronte: capita spesso ma senza che sia mai diventato un gesto banale.
Dunque, lunedì io e Sean ci siamo dati appuntamento per entrare a Old Delhi, passando per il Sadar Bazar. Sapevamo che era il luogo più intenso della città, quello più difficile, ecco. Per caso (e per fortuna) ci siamo trovati a volerci entrare nello stesso giorno.
Dico entrare perché non si può usare altro termine. Non è un'attraversamento. C'è un'entrata e c'è un' uscita, con tutto quello che ciò comporta.
Io e Sean decidiamo di entrare dal lato a sud. Io sono vestito con i pantaloni lunghi, i sandali ai piedi, e un paio di occhiali inevitabilmente appariscenti. Sean ha le scarpe chiuse. Sono circa le cinque del pomeriggio. Abbiamo scelto quest'ora perché probabilmente avremmo sofferto meno il caldo.
Arriviamo subito ad uno spiazzo dove tutto lo spazio calpestabile è occupato da centinaia di vecchi scooter abbandonati, che poi sono la nostra vespa. Attraverso un sentiero lasciato libero camminiamo verso il lato opposto. Tutti ci guardano.
È difficile alzare gli occhi al cielo quando si hanno così tante cose di fronte, e quando lo faccio resto come stupito. Le case sono bellissime.
Le case sono come bombardate, alcune hanno l'ultimo piano distrutto, altre soltanto una stanza, altre solo il tetto, mi vengono in mente le foto delle città tedesche dopo la guerra, quelle in bianco e nero. Solo che qui le case sono tutte colorate, di colori forti come il viola, l'arancione, il verde, ma ormai sbiaditi.
Delle case è rimasto, direi, l'essenziale, ciò che serve per viverci dentro, o almeno per entrarvi e uscirne.
Dallo spiazzo rientriamo in un vicolo, le strade diventano sempre più strette, io e Sean non riusciamo più a guardare se non in fronte a noi, al terreno dove camminiamo, perché il voltare la testa a ciò che succede ai lati della strettoia richiede troppo sforzo, troppa forza, né io né lui ne disponiamo.
Cominciamo ad essere immersi. Io lo sento dallo stomaco, è come irrigidito, in attesa di qualcosa. Ci inoltriamo sempre più, e tutti ci continuano a guardare - non incontreremo neanche un occidentale lungo tutto il nostro cammino.
Non camminiamo veloci, questo no, ma neanche troppo lenti. Sento che i miei addominali restano bloccati, allora decido che comunque posso cominciare a guardarmi attorno, ed ecco rivedo attorno a me tutte le comparse.
Lungo le strade ci sono tante botteghe, una accanto all'altra. Le botteghe sono larghe non più di due metri e mezzo, buie, a volte con un lume acceso in fondo, a volte con un piccolo tempietto colorato che spicca nel grigio, e dentro si fa di tutto. Non capiamo bene cosa si fa, perché non riusciamo a fermarci se non per quello sguardo, ma si fa davvero di tutto. Mi ricordo una pentola argentata sopra un fuoco a gas in una bottega tutta nera, l' argento spiccava, ed un uomo che immergeva nella pentola altro materiale da fondere: erano medaglie. Allora guardo meglio nella bottega e mi accorgo che nella bottega ci sono solo medaglie, di una lega color argento, medaglie e basta, milioni di medaglie, tutte abbastanza simili. Tutto qui, ho ancora negli occhi il metallo fuso e già mi attraversa la strada una capra.
In questo angolo di via ci sono decine di capre, ce n' è una nera che pare incastrata tra i due muretti della soglia di una casa e che mi fa sorridere, e dietro le capre ci sono bambini, decine di bambini, scalzi, che giocano con le capre o tra di loro, e guardano me e Sean e per un istante si bloccano - solo uno di loro ci seguirà, uno con una specie di tatuaggio sulla pancia di quelli finti che regalano con i formaggini.
Siamo immersi, dentro questi cunicoli di un metro di larghezza, dentro le botteghe, tra gli animali, ma non possiamo fermarci, non resisteremmo, sarebbe troppo, forse. Ogni tanto ci guardiamo, e con gli occhi indichiamo qualcosa, una casa con una porta aperta, buia più del vicolo ma con uno sprazzo di luce in fondo, ci sono delle donne attorno ad un piccolo patio con una fontana, stanno pregando.
Ad ogni bivio non sappiamo dove andare, è chiaro che vogliamo andare ancora più dentro, vogliamo essere ancora più immersi, quindi la nostra unica preoccupazione è quella di non andare verso gli estremi, ma verso il centro. Sean sa muoversi col sole e quindi indica la direzione. I vicoli diventano ancora più stretti, adesso sono scomparse le botteghe, qui si vive soltanto ma non si lavora.
Per la strada ci sono centinaia di persone, ferme, a parlare, e centinaia si muovono, trasportano, corrono, camminano, giocano, mangiano, bevono, sputano, si rincorrono. Ce ne sono ovunque, ovunque mi volti ci sono persone, dietro una finestra, dentro una casa, dietro gli arnesi di una bottega, a salire o a scendere le scale.
Questo è il problema per noi, questo è il motivo per cui non ci possiamo fermare.
Non c'è nessuno spazio per fermarsi.
Procediamo, ogni bivio è una scelta obbligata, entriamo sempre di più.
Sedute sotto il bancone di una bottega di cose da mangiare ci sono quattro donne, sorridiamo loro e chiediamo dove possiamo andare. Loro non capiscono ma una, quella più grande e l'unica sposata, ci indica con gli occhi il vicolo che sale giusto dietro di lei - a proposito, si sale sempre ma non riesco a ricordarmi di essere mai sceso.
Noi ringraziamo ed entriamo, il vicolo è lungo, tortuoso, ancora più stretto, e qui non c'è più nessuno. Solo il bambino col tatuaggio ci segue.
Non abbiamo mai avuto paura li dentro, neanche per un istante, neanche a pensare che sotto la cintura dei pantaloni sia io che Sean portavamo una quantità di denaro pari a quella che un indiano in media guadagna in un anno (*).
Non abbiamo paura, ma siamo come bloccati, irrigiditi, io lo sono, piccoli passi e mezzi respiri.
Seguiamo il vicolo, non incontriamo nessuno, mi chiedo perché la ragazza ha indicato questa strada, entriamo sempre più dentro e ad un certo punto vediamo qualcuno, in fondo, una strada che sembra larga e luminosa, corriamo alla fine, e veniamo investiti da un fiume di persone, motori, carri, animali, bambini.
Siamo all'aperto ora, siamo dove speravamo di non arrivare, eppure ci sentiamo ancora più immersi.
(*) Fonte: World Bank, 2001 - Il PIL pro capite indiano è di $360
Verso nord
Le stazioni qui sono sempre luogo di sensazioni estreme, la somma di tutto ciò che è stato prima della partenza oppure il preludio fulminante di ciò che comincia all' arrivo.
Venerdì sera mi sono mosso da Pahar Ganj. Ho deciso per ora di non andare a Varanasi, ma di dirigermi subito verso Nord, il mio fisico in queste condizioni non sarebbe sicuramente riuscito ad affrontare il viaggio e la città stessa.
Durante il viaggio dall'albergo verso la stazione sono passato ancora da Old Delhi, e qui sono rimasto bloccato per parecchio tempo nel buio in mezzo ad un ingorgo immenso, infinito, in cui migliaia di mezzi di qualsiasi tipo - carretti, camion fatiscenti, auto, motorini, carri trainati da buoi, carri trainati da cavalli, carri trainati da uomini, biciclette, pedoni, animali - si muovevano nella polvere delle strade di terra senza nessuna regola e senza nessuna logica, neanche quella, implicita, che a rigore si può scorgere nel traffico durante il giorno.
In mezzo ai camion che si facevano strada contromano suonando le trombe, un centimetro alla volta eppure con severa prepotenza, tra questa infinita processione di umanità diverse e cariche ognuno di un carico diverso ed ai miei occhi misterioso, sacchi bianchi e grigi enormi che trabordavano dalla sagoma del carro, che a volte cadevano o si ribaltavano, a volte invece non lo facevano semplicemente perché due persone per ogni lato si assicuravano che non succedesse, o cariche semplicemente della propria famiglia al completo incastrata tra il sedile ed il tettuccio nero, ecco, in mezzo a tutto questo per un istante ho scorto, appena fuori dal cammino ma non abbastanza per non esserne ancora in mezzo, un uomo coricato per terra, il sangue sotto gli occhi, la testa appoggiata di lato, gli occhi spalancati. Di fianco a me intanto sul bordo della strada ed accanto ad un muro due uomini, un vecchio e un ragazzo, avevano preso a litigare, ed uno stava cominciando a strozzare l'altro con le mani unite sul collo. L' autista del mio rickshaw mi chiedeva dell'Italia e dell' Europa, di come si vive meglio in Italia ed in Europa, e di questi problemi che non ci sono, e voleva conferma che ciò che aveva seguito - tutto, mi diceva, ho seguito tutto - su Discovery Channel fosse tutto vero.
Arrivo alla stazione dei treni di Old Delhi quando ormai comincio davvero a fare fatica a respirare, come se tutto ciò che avessi respirato fino ad ora si stesse accumulando proprio in quel momento davanti a quella stazione. Guardo l'entrata da lontano come, immagino, si può guardare una via d' uscita durante un incendio. Corro verso la sala centrale, ancora una volta senza guardarmi intorno, ho fretta, mi sento come se stessi scappando, mi interessa soltanto capire dove sta il mio treno, lo trovo, arrivo al binario, cerco la carrozza giusta ed entro. Sono le dieci di sera.
Alle cinque e mezza scendo ad Haridwar.
Sono stanco, non ho dormito neanche per un istante, non perché le cuccette non fossero comode - era tutto ben più pulito dei miei alberghi - ma perché continuavo ad avere negli occhi le immagini passate, e di queste immagini coglievo ogni volta qualche particolare nuovo, mai analizzato prima, ed allora lo si doveva analizzare, non c'era modo di non poterlo fare.
La stazione di Haridwar è più piccola di quella di Delhi. La prima impressione che ho è che non fa fresco come speravo. Ma forse ancora devo salire in alto. Per terra nella sala centrale è pieno di gruppi di persone coricate, tutte vestite di nero, e di qualche mucca che passeggia. Ho l' impressione che gran parte della gente si sia già alzata e sia già andata via perché ci sono alcuni gruppi di persone che dormono appiccicate l' una contro l' altra e tra queste di tanto in tanto degli inspiegabili metri di vuoto. Esco dalla stazione, sta cominciando ad albeggiare, il mercato in fondo è già in fermento. Nello spiazzo di fronte all' uscita la scena è la stessa, uomini dentro stracci neri per terra che dormono o che aprono gli occhi giusto nell'istante in cui schivandoli, ci cammino in mezzo. Nell' angolo a destra della piazza una famiglia di una decina di persone, vestite tutte colorate, sta seduta a semicerchio.
Trovo subito l' autobus, secondo quella regola del caso che fa si che in India tanto più è difficile per me trovare qualcosa, quanto più è probabile che mi si materializzi di fronte senza che neanche abbia cominciato a cercarla.
Gli autobus qui sono tutti colorati, sia dentro che fuori, ma cadono a pezzi e sono conciati molto peggio di quelli di Delhi. Mi accorgo che per la prima volta, in India, sto salendo. La strada non è molto tortuosa. Vedo tante carcasse di mezzi abbandonati, un camion ribaltato di fianco alla strada ed un autobus come il mio che ha preso dritta una curva e si è schiantato contro un albero - deve essere successo anni fa, l' autobus è tutto arrugginito.
Mentre salgo il sole sta cominciando a stemperare la foschia della notte; di fianco in lontananza un fiume, deve essere il Gange.
Arriviamo a Rishikesh. L' autista mi lascia prima di entrare nel parcheggio, scendo, l' autobus se ne va e rimango da solo.
Un maiale grigio sta frugando col grugno nella spazzatura di lato alla strada. Mi muovo verso la strada principale con il mio zaino e la faccia imbronciata, incrocio un cane randagio, un ragazzino pulitissimo in pantaloni e camicia grigio chiari che immagino vada verso il posteggio degli autobus, ed una mucca. Sulla strada principale c'è più movimento, quelli che hanno dormito sopra le brandine sulla strada si stanno alzando, in mezzo a loro alcuni fuochi in cui bruciano i rifiuti. Ci sono persone diverse da quelle di Delhi, i loro visi sono diversi.
Trovo un rickshaw - anche i rickshaw qui sono di un modello diverso, più rumoroso - e mi faccio portare nella zona degli ashram, ossia dei centri di meditazione, o templi veri e propri, alcuni dei quali sono anche degli alberghi: Rishikesh è un luogo importante soprattutto per le tecniche di yoga e di meditazione trascendentale, qui pure i Beatles sono venuti negli anni settanta e da quello che ho capito Harrison ci si è pure fermato per un lungo periodo.
Arrivo al limite della città, devo scendere perché non si può procedere a piedi, comincio a camminare e cammino per circa tre quarti d'ora, con lo zaino sulle spalle, fino ad arrivare ad un ponte pedonale sospeso in aria sopra il Gange. Lo passo, il Gange scorre sotto un po' grigiastro. Il paese si sta svegliando. Lungo il sentiero centrale le botteghe stanno aprendo, i primi odori forti rompono l' odore del mattino. Passo di fronte ad una ventina di persone vestite d' arancione sedute per terra che mi salutano, eppure un po' imbronciate, cammino ancora, lento e sudato, sono stanco, dagli edifici attorno escono musiche indiane, ecco, inevitabilmente indiane, le scuole di yoga hanno le porte aperte ed aspettano gli allievi. Arrivo ad un albergo che potrebbe andare, ma non c'è nessuno. Giro attorno - l'albergo sembra abbandonato - e trovo una persona cui chiedo una stanza ed un caffè. Mi dice che mi può dare solo il caffè, che bevo su un tavolo in un giardino sporco e dimesso, in mezzo a piatti e bicchieri della sera (o della settimana) prima, insieme ad un' israeliana un po' sfatta che si è alzata presto per il suo corso di yoga.
Riparto e cammino per un' altra mezz' ora, ho bisogno di una stanza, di un letto, subito, da due giorni non mangio cose solide e devo dormire, ma gli alberghi mi dicono di no, di passare a mezzogiorno, adesso è ancora tutto pieno. Mi faccio portare in collina, ci sono alberghi anche li, ma tutti hanno la stessa risposta. Cammino fino alle dieci.
Poi alle dieci mi fermo. Sono arrivato dall' altra parte della città, un altro ponte sospeso, più stretto, unisce le due sponde del Gange. Una famiglia di scimmie salta da un tirante all'altro. Attraversando il ponte, capisco che questo è il posto dove mi voglio fermare, non tutti quelli che ho visto prima, ma questo. Vedo un albergo, arroccato giusto alla fine del ponte a sinistra, ed un posto dove mangiare, a destra, nell' albergo incontro la ragazza israeliana che avevo conosciuto a Delhi, ed un altro gruppo di israeliani - stanno sempre insieme - ora devo soltanto cercare V., che mi ha preceduto qui perché non ce la faceva più a stare a Delhi.
Ieri c'è stata una bufera di vento, la porta della mia stanza era chiusa da un catenaccio ma il vento l'ha scardinato e la porta si è spalancata nella notte, è entrato di tutto.
Ieri sera è saltata la luce in tutto il paese e sulla sponda dove sto io, ad oggi, non è ancora tornata. Solo in questo posto da dove sto scrivendo un generatore tiene accesa la luce, la cucina ed i computer.
Poi stamattina ha cominciato finalmente a piovere.
La pioggia ha lavato le cose e le ha abbassate a terra: ora il vento non muove più la polvere dappertutto.
V. è partita questa mattina per Chandigarh.
Questo posto non le è piaciuto dall'inizio, non ha apprezzato la religiosità della gente qui. Dice che tutti quei tipi vestiti di arancione non possono essere tutti santoni, ha parlato con il libraio che capisce bene l'inglese e lui le ha confermato che molti di questi dicono di esserlo, ma in realtà non lo sono. Comunque, non si trovava bene qui.
Io mi fermo fino a domani o dopodomani, vorrei capire qualcosa di più, poi la raggiungerò per andare insieme a Shimla, verso Nord.
Il maiale mi fissa intensamente con le sue due narici, messo di sbieco giusto sotto i gradini dell'autobus.
Spostati, devo salire - penso io, in piedi di fronte a lui, ancora immerso nei fumi del sonno.
Che strano colore di capelli che hai, ti lascerò passare - avrà pensato lui.
È mattina presto a Rishikesh, dai templi escono i suoni delle campane e la gente ha già cominciato a lavorare - in particolare a trasportare.
L' autista dell' autobus è un sikh che non parla una parola di inglese, ma sin dall'inizio prima della partenza sia lui che il bigliettaio mi vogliono conoscere. Ad un certo punto vedono la mia macchina fotografica ed il bigliettaio pretende una foto. L'autista intuisce cosa sta per succedere ed entra nel panico, corre ai sedili in fondo ancora vuoti, apre un finestrino e sputa l' anestetico che sta masticando - il colore dello sputo rosso scuro - poi tira fuori la mano sinistra e si tocca i baffi ma non è soddisfatto - è molto teso e nervoso nel gesto - allora tira fuori la destra, si infila due dita in bocca e le passa sui baffi per inumidirli, poi ritorna davanti, teso e nervoso, una foto è pur sempre una foto.
Il viaggio per Chandigarh è lento, troppo lento, otto ore per duecento chilometri sopra un autobus locale. Ad ogni fermata o ad ogni rallentamento salgono sull' autobus venditori di qualsiasi tipo, almeno tre o quattro ogni volta, che urlano a memoria I loro discorsi fissando di volta in volta dei passeggeri diversi. Vendono prevalentemente cose da mangiare - frutta già tagliata, coni gelato col gelato in avanzata fase di squagliamento, frittelle elegantemente avvolte in fogli di giornale - anche se i migliori in assoluto sono quelli che vendono oggetti - cose per la casa, bigiotteria, set di pettini di tutte le dimensioni - e che mi ammaliano perché tanto più le caratteristiche dell'oggetto ed il suo uso sono semplici e scontati, quanto più lungo ed appassionato è il discorso di presentazione, dieci, quindici, venti minuti.
In questi giorni ho scoperto che più o meno lungo il mio tragitto ci sta una città, Chandigarh, che mi pareva una città strana, molto strana, allora ho deciso di passarci.
Chandigarh è stata voluta nel 1950 dai governatori del Punjab che volevano una capitale per il loro stato, insomma, ne volevano una nuova da costruire dal niente in mezzo alla pianura. Commissionarono il progetto a due architetti, un americano ed un polacco, ma l' americano si schiantò con l' aereo e di conseguenza morì ed il progetto venne allora affidato a Le Corbusier. Hai detto Le Corbusier?
Si, Le Corbusier.
Ora, ci ho pensato in questi giorni, eppure l' idea di una città progettata e costruita da Le Corbusier in mezzo alle torride pianure del nord dell' India continua a non essere diversa, come concetto, dal coprirsi di deodorante senza essersi prima però lavati.
Affronto l' esperienza con un ghigno sarcastico, lo ammetto. Eppure già nei viali di ingresso sono costretto a dismetterlo: questa città è diversa, davvero, strana, unica, geniale, per alcuni versi.
Innanzitutto, appena prima di entrare, c'è scritto Chandigarh. C'è un cartello, non troppo grande, ma neanche piccolo, e sopra questo cartello c'è scritto Chandigarh. Potrebbe sembrare scontato, ma è la prima volta che ne vedo uno, e fino ad ora per capire dove mi trovassi mi ero dovuto arrangiare con le targhe delle macchine o le insegne dei negozi.
I viali di ingresso sono larghi e intervallati da enormi rotonde curatissime, ci sono molte macchine private, insomma la gente sta bene, e poche mucche per la strada. Le strade sono spaziose ed i marciapiedi coperti d' erba, solo alcuni pieni di rifiuti, ma l' impressione è di una città pulita. Mi faccio scarrozzare in giro per i "settori", così si chiamano i gruppi di palazzi, e sono stupito, c'è ordine, quasi, poca confusione, non c'è traccia della vitalità e della follia dell' India, nel bene e nel male. È una città senz' anima, è vero, come tutte le città pianificate o progettate a tavolino (o sul tecnigrafo di un designer svizzero), ed è una città ricca, i prezzi sono alti, le ragazze emancipate, le insegne ammiccanti all' occidente.
Persino la stazione degli autobus è tranquilla, la mattina presto.
Lascio la città nello stesso silenzio di quando l'ho conosciuta e comincio a salire verso l'Himalaya.
Se continuo a giudicare ciò che vedo utilizzando come termine di paragone ciò che ho già visto, dentro e fuori dell'India, allora il posto dove mi trovo ora è per l'ennesima volta strano.
È un paese di montagna, duemiladuecento metri, appoggiato su un fianco particolarmente ripido di un bosco. Il posto era amato dagli inglesi che ci passavano le vacanze durante il periodo coloniale.
Sono arrivato ieri sera, dopo un viaggio su un trenino che correva su binari a scartamento molto ridotto - non troppo più largo di quelli dei trenini per bambini ai giardini - alla velocità massima di diciotto chilometri all'ora. Sembrava di muoversi nel plastico di un appassionato di trenini elettrici, uno di quei pazzi che spostano i mobili del salotto in un ripostiglio pur di farci stare un venti metri quadri di ferrovia, con le sue brave gallerie, i rettilinei, i passaggi a livello, le montagne e naturalmente le stazioni. Ecco, c'era proprio tutto, non mancava niente, il trenino si è arrampicato da duecento a duemiladuecento metri su piccoli ponti, dentro piccole gallerie (centotré in tutto), lungo piccoli passaggi a livello e fermandosi in piccole stazioni, piccole in tutto, anche dove non ce ne sarebbe stato bisogno (va bene il treno, ma c'è forse bisogno costruire in miniatura anche la stazione?).
Sul treno famiglie di indiani-bene, direi middle-class, o emigrati in Europa di ritorno per le vacanze, almeno quelli che ho conosciuto io. In particolare, una noiosissima doppia coppia di sessantenni che continuavano a mangiare ed a ruttare ed una famiglia numerosa - gli uomini e i bambini grigi, le donne e le bambine tutte colorate.
Questo posto è strano, dicevo.
È India, o meglio è tutte le cose con cui io riconoscerò di qui in avanti l' India, eppure è ancora troppo forte l'influsso inglese. La via centrale non a caso si chiama Mall ed è davvero simile a quella di una cittadina inglese - le dimensioni, le case, la struttura. Tranne la gente, ecco, la gente è fatta di indiani, indiani prevalentemente in vacanza, ragazzi ben vestiti, coppie in luna di miele. Mi sembrava tutto troppo facile da definire.
Allora oggi pomeriggio mi sono fatto una passeggiata nei boschi per arrivare ad un tempio indù. Mi sono coricato sopra un prato a leggere un libro che mi sta prendendo molto, e qui sono stato inizialmente fissato per un po' da lontano, poi sono stato fissato per un po' da vicino, e poi sono stato chiamato, timidamente, da un gruppo di indiani, indiani appunto prevalentemente in vacanza, che volevano fare una fotografia di loro insieme all'occidentalità della mia persona.
Allora si è chiacchierato - gli indiani sono persone squisite - erano tutti sposati epperò le mogli erano rimaste a casa. Risatine mie di commento ed approvazione, risatine loro di commento ed approvazione. Mi sembrava tutto troppo facile da definire.
Allora sono sceso e sono stato in giro ancora, ho camminato in mezzo alla stazione degli autobus - questa qui è particolarmente bella, stazione di autobus con vista - poi sono salito per le stradine più strette, dove le botteghe vendevano di tutto e trabordavano merce ed odori per la strada, come ovunque in India, soltanto le strade erano in salita, le scene in verticale e non in orizzontale. Poi sono sceso ancora, senza mai passare lungo la stessa strada.
E ho continuato a camminare, a salire e a scendere, e a mano a mano che camminavo diventavano chiare due cose, due particolari piccoli eppure così definitori di questo posto, così nascosti nella inglesitudine delle case o nella folla di ragazzi in jeans.
Prima di tutto, le scimmie. Questo posto è pieno di scimmie, ce ne sono migliaia ovunque, da sole, in gruppi, con e senza piccoli, eppure così strane queste scimmie, così fuori dal loro luogo, così apparentemente lontane da dove dovrebbero essere: animali troppo strani ed agili per una città disordinata, sporca e maleducata.
Erano scimmie dell'India, ecco il punto, scimmie poco fotogeniche, insomma, poco ad arrampicarsi in giro ma molto in mezzo ai rifiuti, poco sopra gli alberi ma molto tra le pozze d'acqua fetida delle strade, loro e i loro piccoli di fianco.
E poi quelle persone, quelle cose lente in mezzo al traffico, sempre e solo sopra le strade ripide - perché questo posto è incredibilmente ripido, ecco, la difficoltà sta nella ripidità, e allora se questa è la difficoltà di questo posto, c'è chi ne paga le conseguenze - si intravedono appena perché paiono invisibili, vestiti di stracci marroni, mimetizzati col colore sporco del paese di montagna, la barba lunga, le scarpe rotte, eppure ci sono, loro si vedono appena sotto tutto quello che trasportano su e giù per quelle salite, sacchi enormi, barili pieni, ceste di oggetti, bombole del gas, tutto legato in modo solido ma povero.
Tutto perfettamente resistente e adatto alla funzione, le ceste, le scarpe, i legacci, e forse gli uomini.
La Tata è il più mastodontico conglomerato industriale dell'India. La Tata produce locomotive Tata, bustine di tè Tata, autocarri Tata, orologi Tata e pure caffè Tata. Ma la Tata produce soprattutto le corriere Tata, diciamo che sono il suo pezzo forte, immagino il prodotto più amato.
La giornata di sabato è stata un tripudio di corriere, un' apoteosi di tubi di scappamento, una festa di freni, trombe, sferragliamenti. Perché le corriere Tata sono fatte di ferro, sia fuori che dentro, e sferragliano ovunque, c'è sì un qualcosa di molle sopra il ferro dei sedili, ma il ferro comunque ha la meglio sopra la cosa molle.
Secondo quella legge del caso in India, che dice che tanto più è poco probabile che succeda una cosa quanto più questa in realtà poi succede, sulla corriera a Shimla ho ritrovato Sean. Con la sua ragazza peruviana, arrivata giusto pochi giorni prima.
Il viaggio, è durato, ancora una volta, troppo, in un certo senso. Undici ore, e parti e fermati, e riparti e rifermati, ed entra nella stazione, e fermati, ed esci dalla stazione, tutto così, undici ore, duecentosettantacinque chilometri.
Il viaggio è stato stupendo.
È cominciato nella nebbia di Shimla, i primi tornanti tranquilli, poi quelli dopo invece un po' meno, perché la nebbia c'era, però cominciava a non nascondere più il burrone al lato della strada, che non era mai più basso di tre-quattrocento metri ed era senza protezioni, se si escludono dei bidoni bianchi pieni di detriti messi sul lato esterno della strada, ma non sufficienti a fermare, eventualmente, una corriera Tata nel suo uscire fuori strada.
Ci siamo preoccupati alla prima curva, ci siamo preoccupati alla seconda, ancora alla terza, poi alla quarta abbiamo realizzato che non ne valeva più la pena, e ci siamo messi il cuore in pace. Bisognava avere fede.
Le corriere Tata sono forti, è vero, però dopo due ore eravamo fermi. Tutti giù, problemi al motore. Ci siamo fermati davanti ad una baracca lungo la strada che aveva delle chiavi inglesi, ho tolto il mio zaino che era giusto sopra il coperchio e il motore Tata si è lasciato guardare in tutto il suo splendore.
Il tragitto verso l' Himalaya è stato un susseguirsi di curve, di paesi, di tratti lungo la foresta, di stazioni piccole e di stazioni grandi (inutile capire di quale paese fossero) fino ad arrivare a valle, al caldo. Poi di nuovo su, un tratto nel verde poi un tratto nel paese, un tratto nel silenzio della campagna e poi un tratto nella follia delle città.
Quello che non cambiava mai lungo il paesaggio era il viavai di corriere e di camion (tutti Tata) che si incrociavano a destra e a sinistra, salivano e scendevano, si fermavano e ripartivano, sempre troppo veloci per i miei gusti, ma con quella capacità tutta indiana e che io stimo di evitare sempre l' incidente all'ultimo momento. Abbiamo cominciato a preoccuparci al primo incrocio, ancora al secondo e al terzo, poi al quarto ci siamo messi il cuore in pace.
Ad un certo punto la successione di paesi e campagne si è spezzata, qualcosa era cambiato, stavamo salendo e basta, niente più paesi, solo boschi, campi, donne colorate che sistemavano covoni di grano o ferme sui bordi della strada che riempivano anfore d'acqua, ma più nient'altro, sempre più in alto e sempre più silenzio, sempre più buio e sempre più freddo.
Poi ad un certo punto è tornata la nebbia, si vedeva soltanto qualcosa giù dal lato della strada, il fiume ed i massi nel fiume, in basso, nel buio crescente del tramonto.
Poi ad un certo punto, non si sa perché, non si sa come, eppure c'era nebbia, eppure era sempre più buio, a destra in fondo, in mezzo ad un forte odore d' erba e di alberi, improvvisamente l' Himalaya.
Il nord
Cinque personaggi (in cerca d'autore)
N.1 - Mario ha gli occhi buoni, i capelli lunghi e la pancia. Non parla inglese, soltanto italiano. È venuto in India per scappare, e questo me l'ha detto subito, appena ci siamo conosciuti. A dire la verità quando ci siamo conosciuti mi ha raccontato tutto, della sua vita, dal primo all'ultimo fatto, mentre camminavamo verso il tempio buddista. Aveva una bottiglia d'acqua in mano ed ansimava, però camminava veloce. Mi ha spiegato le preghiere dei monaci tibetani, ma lui non crede in niente, ed abbiamo fatto il giro in senso orario, quello attorno alla casa del Dalai Lama, quello che qui fanno recitando i mantra con il rosario in mano.
Alla fine del percorso sapevo tutto, il prologo, il fatto, l'epilogo, la detenzione, la cella di fianco al terrorista famoso, la comunità, ed ora l'India. Tutte le sue miserie, così, tutte in una volta, come a cercare una redenzione, o un perdono.
Mario stima le persone che capiscono subito le cose, quelle che si ricordano i dettagli, quelle che parlano l'inglese, quelle che mangiano sano, quelle che sono loro stesse e quelle che non temono di dispiacere quando dicono ciò che pensano.
Sembra amico di tutti perché Mario sorride sempre, eppure non è così.
Mario sceglie bene quelli con cui sedersi ad un tavolo.
N.2 - Lisa saltella tra gli escrementi dei montoni per evitarli - ha i piedi scalzi - vuole fare una foto. Dietro di lei un gregge, dietro di loro le montagne.
Lisa è in viaggio da trentacinque anni e non si è mai fermata. Porta un vestito verde, uno di quei vestiti lunghi che mi ricordo sulle donne zingare del cimitero di Piacenza, un cappellino bianco della Oakley e uno Swatch al polso.
È svizzera di Brig ed è un' artista, o almeno dice di avere capito di esserlo, perché ad un certo punto si è messa a dipingere. Dipinge trecento cose all'anno, pittura astratta: quadri, vestiti, cose. Questo le dà da vivere. Un mese all'anno scaccia gli inquilini in affitto e si riprende la sua casa in Svizzera, sulle montagne, e in questo mese vende, presenzia alle mostre, incontra critici e collezionisti. Poi prende i soldi, si tiene quelli per il viaggio, il resto agli orfani.
Lisa è felice, si vede bene. L' età è indefinibile, potrebbero essere sessanta, potrebbero essere cinquanta. Il viso è pieno di rughe, ma non sono rughe di vecchiaia, perché ne ha anche dove di solito non ci sono rughe, e sono rughe più profonde, non smussate.
Oggi ho incontrato ancora Lisa, e mi ha raccontato di un posto da vedere, due giorni di viaggio e cinque di cammino. Mi ha detto di portare con me degli spaghetti da cuocere, che non si sa mai che non si trovi da mangiare.
In quel mese che è in Svizzera, Lisa scende una volta in Italia per andare dal parrucchiere.
Una volta ho avuto paura. Uscivo dal mio albergo a Delhi per andare a cenare.
Il mio albergo sta in fondo ad una trasversale senza via d'uscita del Main Bazar, giusto di fianco ad una specie di container marrone arrugginito con cinque aperture e cinque cessi che scaricano direttamente sulla strada. Dalla porta dell'albergo comincia una strada dove non c'è neanche un negozio, solo case e piccole botteghe dove si producono cose. Lungo la strada c'è un'alta densità di mucche e vitelli. La strada è abbastanza stretta e sterrata, piena di pozzanghere sporche. Di sera non ci sono luci.
Quella sera esco dall'albergo ed entro in questa via. C'è silenzio, o meglio un silenzio relativo, e camminando nel buio si sente il respiro di quelli che dormono al lato della strada. Ormai non mi volto neanche più per guardarli, tanto non si vedono. Cammino in avanti, guardando in fondo alla strada e non davanti a me. Ad un tratto sento abbaiare, e dei cani correre.
Ora, io ho paura pure di un cocker ai Giardini Margherita di Piacenza di giorno, se comincia ad abbaiare. Qui sono quattro cani tendenzialmente rabbiosi, affamati e, soprattutto, al buio. Quattro mi accerchiano, un quinto rimane in fondo a guardare l'evoluzione della scena, e cominciano a ringhiare.
Mi guardo attorno per vedere se c'è qualcuno; ma non c'è nessuno. Sento i cani sempre più vicini, ora riesco a vederli nel buio, ringhiano e mi fissano. Mi paralizzo, poi mi sposto di un metro verso il lato della strada, come a cercare protezione, poi mi blocco ancora. Comincio a pensare che non mi devo muovere, altrimenti sono fregato, e che non gli devo fare percepire che ho paura. Non ci riesco affatto, me ne accorgo io e se ne accorgono pure loro. Ringhiano sempre di più, coi denti di fuori, e ricominciano ad abbaiare. Senza volerlo mi si muove con uno scatto la gamba destra, penso che sono finito, avessi almeno i pantaloni lunghi.
In quel momento, per quella legge del caso in India, che dice che tanto più è poco probabile che succeda una cosa quanto più questa in realtà poi succede, i cani si voltano e se ne tornano nel buio. Riprendo il controllo della mia gamba destra e cerco di ritrovare l'appetito.
Mi ci sono fermato otto giorni, eppure andarsene da questo posto è veramente dura.
V. infatti ci resta e se ne andrà direttamente a Varanasi in treno (V. proprio non ce la fa ad andarsene così presto).
Quest'oggi io e Sean abbiamo camminato in montagna e siamo andati alle cascate qui sopra, quando siamo arrivati faceva un po' caldo, abbiamo cominciato a saltellare per i massi lungo il fiume e poi ci siamo fermati a guardare un laghetto tra una cascata e l'altra, l'acqua era verde e blu.
L' abbiamo fissato per una buona mezz'ora, questo laghetto, pressoché in silenzio, ogni tanto ci mettevamo dentro un alluce, come a sperare che in fondo avrebbe potuto anche diventare un po' più calda, quell'acqua - acqua di neve dell' Himalaya che si scioglie, la neve dell' Himalaya deve essere comunque più fredda della neve normale.
Poi ad un certo punto abbiamo confabulato un po', in fondo in fondo lo sapevamo e lo temevamo dall'inizio, da quando avevamo cominciato a fissare l'acqua e ad intingere l'alluce, ci siamo spogliati e ci siamo tuffati. Comincio a capire cosa provano quelli che si buttano nel Volga o al Polo Nord: niente, assolutamente niente, sospensione di giudizio, si pensa soltanto a cosa fare subito dopo, nessun pensiero al presente.
(Ripensandoci, questo fatto del bagno nell'acqua gelida mi ricorda proprio ciò di cui si parlava ieri sera, dei sufi e dell'apice dei loro momenti di meditazione, ossia dell' annullamento totale del pensiero. Questi si mettono in piedi sopra una superficie liscia e cominciano a girare sopra loro stessi (a stomaco vuoto, ndD). Girano sempre più forte, ad un certo punto la forza centrifuga gli alza le braccia e diventano delle trottole umane, con l'aumentare della velocità tutte le capacità cognitive sono concentrate nel pensiero di mantenere l'equilibrio, cosicché la mente non ha spazio di pensare ad altro, basta sgarrare un attimo e sei fregato, ti sfracelli a terra - et voilà la meditazione. Un po' come un tuffo nell'acqua dell' Himalaya)
L' ho scoperto tardi, il Sunrise Café, quello dove fanno il "best chai in Asia (*)". L' ho scoperto solo stasera, camminando, anche se ci ero passato davanti mille volte.
Il Sunrise Café è una baracca che sta su una delle quattro strade che si dipanano dal crocicchio centrale del paese dove arrivano le corriere, o meglio la corriera, perché fisicamente di spazio ce n'è per una sola. Il Sunrise Café è la metafora di questo posto. Ciò che si vive al Sunrise Café è ciò che si vive qui. Per accedere al Sunrise Café dalla strada bisogna saltare il canaletto della fogna, quello dentro il quale ogni tanto si tuffa il tubo nero tutto rattoppato che porta l'acqua in giro per i posti qui, e quindi anche alla sua cucina. Una volta dentro ci si trova bene, sono due metri per tre, cucina inclusa, ed ha un che di intimo, il Sunrise Café, è un posto in cui si sta stretti, sulle tre panche attorno al tavolo e stretti pure sul muretto fuori, giusto di fronte. Il Sunrise Café è sempre pieno di gente, dentro o di fronte, è un luogo dove ci si incontra. Esattamente come questo paese.
McLeod Ganj è un paese stupendo dell' India, ma la sua vera attrazione per me sono le persone che ci passano. La sua vera bellezza, per me, è la bellezza di chi ci cammina, la sua ricchezza è la loro ricchezza.
Il paese si dipana lungo tre viuzze che vanno su e giù, che partono dal crocicchio dove stanno i quattro lebbrosi. Di norma anche una mucca beige staziona davanti al tabaccaio. Una strada sale, due scendono, una di queste va al tempio dei buddisti tibetani.
Di fianco al tempio c'è il governo del Tibet in esilio. Il Dalai Lama ed i monaci buddisti vivono come rifugiati politici dagli anni cinquanta, cioè da quando i cinesi hanno invaso il Tibet ed hanno cominciato a distruggere tutto ciò che rimaneva del paese e della sua tradizione: numero uno i luoghi - finito - duemiladuecento monasteri buddisti distrutti o riconvertiti a fabbriche di gadget kitsch; numero due le persone - finito (quasi) - un milione di morti ammazzati e persecuzioni contro la religione ed i suoi praticanti, e appunto il Dalai Lama in fuga in India in esilio appena in tempo dopo l'invasione cinese.
La strada che sale porta ad un paese, Bakshu, dove si fanno trance party praticamente ogni sera, anche se ieri sera suonavano i grandissimi "The Silk Road and the Hijackers". Le altre due strade sono una successione continua di baracche con dentro negozietti, caffè, brande per quelli che ci dormono di notte, posti dove si telefona, barbieri, templi buddisti, eccetera. Le strade sono sterrate, e buie di notte. Di giorno però si vedono le montagne in alto, in fondo, mezzo alle baracche.
Insomma, questo è il posto dove dorme Richard Gere quando viene a parlare col Dalai Lama da convertito alla filosofia buddista, ma pure Kate Winslet e Pierce Brosnan hanno fatto fotografie assieme a titolari di negozi locali, fotografie poi orgogliosamente appese al muro dietro al bancone. Ma a parte questo e a parte l'Himalaya, questo posto non sarebbe stato niente per me se non avessi incontrato le persone che ho incontrato.
L'India è due cose: l'India e quelli che ci vengono, due cose in qualche modo legate l'una all'altra, ma non necessariamente, eppure ugualmente intense, ugualmente forti, ugualmente un pugno in pancia ogni volta - non ci si abitua mai - né alle persone né all'India.
Gente che scappa, gente che si rifugia, gente che non sa dove altro andare, gente che sta cercando qualcosa ma di solito non sa cosa, gente che sa tutto e gente che non sa niente, gente che ha viaggiato, di norma tantissimo, gente che si è lasciata e gente che si lascerà ora. E le persone sono come l'India, quando ci sei immerso, non c'è via d'uscita.
Lasciare Sean e tutti loro, questa sera, è stato molto difficile.
(*) Il chai è una bevanda di tè, latte e spezie di cui gli indiani ed i turisti come me vanno spesso in overdose.
Il viaggio è metafora della vita, oppure la vita è metafora del viaggio?
A quattro persone diverse, l'ho chiesto, l'orario di partenza della corriera per Chamba. E quattro risposte diverse ho ricevuto. La corriera (l'unica nella giornata) parte alle 9, alle 7, alle 6 e alle 8.30 (l'ultimo mi da pure un'opzione alle 6 del pomeriggio). E quanto tempo impiega? Diciamo sei ore, oppure dieci, oppure nove, oppure sette.
Allora prendo questi numeri, ci faccio una media aritmetica e decido che devo essere alla stazione di Dharamshala per le otto. La matematica è una scienza esatta, la corriera partirà alle nove e un quarto, giusto in tempo perché un topo mi si precipiti dalla tettoia sopra il "Times of India" fresco di stampa che stavo leggendo. Infarto e scatto di nervi da parte mia, risatine contenute, tutto intorno, all'indirizzo dell'occidentale che ha paura dei topi.
La corriera è più scomoda ed io sono più insofferente del solito, quest'oggi, ed è lenta, troppo lenta. Ogni tanto l'autista si ferma, in mezzo alla strada e in mezzo al niente, ferma il motore, scende, va verso una baracca e torna dopo mezz'ora. Una volta, due volte, tre volte, poi comincio ad arrabbiarmi. Ho mal di testa. Ho fame. Fa caldo.
Una volta ci fermiamo in un paese, è mezzogiorno, c'è un grande piazzale di sabbia bianca mezzo vuoto, ci sono altre due corriere, ferme, in fondo. Esco a fare due passi sotto il sole torrido. C'è una capanna tutta buia a destra, con dentro delle donne bellissime tutte colorate. In fondo tre banchi di frutta. Sono solo che guardo verso il sole e mi si presenta davanti un tipo, sulla cinquantina, una camicia beige, dei pantaloni chiari, e gli occhiali che portava Tom Cruise in Top Gun. Senza dire altro mi presenta le sue generalità: sono tal dei tali, ufficiale dell'esercito indiano, in vacanza per due mesi, in viaggio verso nord. Ed io gli espongo le mie, poi cominciamo a parlare, il tempo, il Kashmir, eccetera. Mentre parla guardo per terra ed in mezzo al bianco della sabbia spiccano i colori di un pappagallo morto. Che strano, non ho mai visto un pappagallo in India, sarà che non danno nell'occhio, di colore ce n'è già tanto.
Vado insieme all'ufficiale a comprare delle banane, e voltandosi lui pesta col piede destro la testa del pappagallo morto - non penso però che se ne sia accorto.
Il viaggio è sempre peggio, sempre più lenta la corriera, sempre più insopportabile l'autista, ora si ferma pure a parlare all'incrocio con le altre corriere, gli autisti fuori dal finestrino, e parlano, e si salutano, e si danno la mano, e che possano essere maledetti. Sto da otto ore su quel sedile, centocinquanta chilometri fino a Chamba, e soltanto perché un tipo inglese - la prima persona cui ho parlato in India, dopo il medico dell'aeroporto che mi chiedeva se avevo febbre o tosse secca - mi aveva detto che c'è una famiglia lì sopra in una valle stupenda dell' Himalaya che ha delle stanze. Un consiglio da un viaggiatore vale un viaggio, però adesso ci stavo ripensando.
Comincia a diventare buio, il cielo si rannuvola e le montagne in fondo sono illuminate dai lampi. Chiudiamo i finestrini, c'è una bufera di vento e c'è polvere dappertutto. Sono stanco. Voglio una pizza. Ad un certo punto arriviamo in un paese, c'è scritto Chamba ovunque sui negozi, che sia Chamba? Fuori diluvia e c'è pure polvere ovunque, in mezzo alla polvere decine di indiani che aspettano le loro corriere. Esco col mio zaino arancione, mi guardano tutti come un marziano, piove ed ho freddo, questo posto è brutto, ho la polvere negli occhi, voglio tornare da dove sono venuto. Ma ormai non posso più. Devo chiamare la famiglia, chiedere se hanno posto, entro in un posto per telefonare.
Ma il viaggio è metafora della vita, e come succede di solito, la salvezza arriva dal cielo.
Guardo fuori dal negozio e le nuvole si stanno aprendo. Telefono e la linea arriva subito, la famiglia ha posto, devo correre a prendere l'ultima corriera che c'è e scendere ad un certo punto, poi dovrò camminare. Esco ed ha smesso di piovere, non c'è più vento ed il sole è rosso ora nel tramonto. Corro verso la corriera alla stazione. Mentre aspetto chiedo un succo di mango ad una baracca, il tipo è un contorsionista, è in piedi ma ha un piede scalzo sul bancone e si sta pulendo le unghie.
Salgo sulla corriera, salendo mi scappa l'occhio su un pneumatico, rido e penso che solo a pensare di montarli, così disfatti, ci multerebbero. Salgo. L'autista tiene la musica indiana a volumi assurdi. La gente mi sorride.
Dopo cinque curve buchiamo una gomma, quella di scorta è messa ancora peggio di quella bucata. Sorrido anch'io.
La corriera sale, a destra lo strapiombo, in basso un fiume. Scendo nel posto dove mi era stato detto di scendere. Mi volto a sinistra, non c'è nessuno, mi volto a destra, non c'è nessuno, mi volto ancora a sinistra ed un bambino mi corre incontro e mi da in mano un biglietto senza dire niente. Sul biglietto c'è scritto in corsivo "Segui il portatore di questo biglietto".
Ed io lo seguo. È buio completo ormai. C'è silenzio, non c'è niente attorno. Usciamo dalla strada ed entriamo nei campi. Seguiamo un sentiero stretto, a destra un campo di frumento, l'unica cosa bianca illuminata dalla luce della luna. Poi il campo finisce, camminiamo lungo un fiume, poi sopra un ponte, poi in un altro campo con dei massi. Cominciamo a salire su un sentiero di montagna, è un ruscello, scende l'acqua, è notte e non vedo niente, il ragazzino è in ciabatte e sale veloce, io con le mie scarpe tecniche non riesco a stargli dietro. Saliamo sempre di più, scivolo, lo zaino pesa, poi guardo sotto e capisco che non devo più scivolare.
Passiamo di fianco ad una capanna tutta avvolta nel fumo, di fianco due animali - fa buio, mucche o muli? - da una porta escono delle fiamme rosse, e il fumo. Saliamo ancora, il sentiero è sempre più ripido, incontriamo una capanna, tutto tace ma un uomo urla e canta, sta pregando, saliamo ancora. Il sentiero costeggia una casa, sulla porta una vecchia coi capelli grigi in piedi ci guarda, ha un secchio in mano, il secchio è luccicante. Camminiamo ormai da quaranta minuti.
E arriviamo ad una casa, c'è una veranda che guarda sulla valle, una stanza e la famiglia. È stupendo. Mi danno da mangiare, e mangio. Poi mi danno un secchio rosso con dell'acqua fredda e un secchio blu con dell'acqua bollente, e mi lavo. Poi mi danno una coperta e mi aprono la stanza.
Fuori piove, ci sono lampi e tuoni. Finiscono i tuoni e finisce di piovere, resta solo il rumore dell'acqua del fiume, aspetto che mi addormenti. Peccato che V. non sia qui.
Varanasi
Cadaveri (Corpi umani morti)
Un cadavere è soggetto al pagamento della tariffa G.P.S. calcolata su un peso standard di 200 kg ed in base alla distanza percorsa, in ogni caso con un pagamento minimo di rupie 50.
Un cadavere sarà accettato sul treno soltanto se opportunamente inserito in un contenitore a tenuta stagna ed accompagnato dal certificato redatto da un medico legale indicante che la morte non è stata causata da malattia infettiva.
Una persona responsabile e con un biglietto valido deve in ogni caso viaggiare nello stesso treno del cadavere per prendersene cura e rimuoverlo una volta arrivati a destinazione.
Il cadavere è soggetto al pagamento anticipato del biglietto.
Dal regolamento in appendice all'orario ufficiale dei treni, Northern Railways, India, Luglio 2002. Trad. a cura di D.
Ci va a finire proprio di tutto, nel Gange: ceneri, spazzatura, cadaveri, e - accidentalmente - palline da cricket.
Alle tre mi sveglio fradicio di sudore. È saltata la luce, la pala del ventilatore si è fermata.
Alle tre e mezza il muezzin della moschea qui dietro comincia ad urlare.
Alle quattro mi alzo comunque, ormai è l'ora dell'appuntamento.
Cerco il tipo che ha le chiavi per uscire, sta dormendo su una brandina, non si sveglia, allora gli tocco un braccio (umido) al buio e mi accorgo che porta una catena all'altezza del bicipite, come fosse una fascia da capitano, ma di metallo e con gli anelli particolarmente spessi.
Mi apre e scendo dalla scala di sotto, quella che dà direttamente sul ghat. I ghat sono le scalinate su cui si sviluppa la città di Varanasi, sono gradini di pietra larghi e lunghi che scendono fino dentro all'acqua del Gange.
È ancora buio pesto, ma l'aria è bollente, io cammino veloce verso l'appuntamento.
Non mi volto da nessuna parte, guardo dritto avanti la strada, sento il rumore dell'acqua e poi sento dei suoni, in particolare quello inconfondibile, di qualcuno che soffia e fa le bolle sul filo della superficie dell'acqua, solo che qui l'acqua è il Gange, uno non se l'aspetta, non tanto perché l'acqua è santa, ma perché è il fiume più inquinato dell'universo, colibatteri fecali à go go, neanche più uno straccio di molecola di ossigeno dissolto, insomma una schifezza; ma tant' è.
[…]
Varanasi è come l'India, ne è la metafora azzeccata.
Varanasi è un infinito caleidoscopio di colori, odori, suoni assordanti, fetori insostenibili, uomini, donne, bambini, animali, santoni, famiglie ben vestite, spiritualità indù, sterco, sputo, fumo, polvere, fango ed acqua sozza. Esattamente come l'India.
Varanasi è una città meravigliosa, eppure è abbandonata a se stessa. Esattamente come l'India.
Sembra che ciò che potrà salvare l'India sarà soltanto la Natura, una carestia, la morte. Allo stesso modo infatti solo i monsoni laveranno, tra qualche mese, le strade di Varanasi.
Varanasi è la città da cui ho deciso di ripartire nel mio prossimo viaggio in India.
USA
Il primo americano con cui ho avuto l'onore di parlare si chiama Andrew Cavanna, il padre è di Bettola e i suoi parenti producono coppe e salami a Groppallo.
Diversamente da ciò che scriveva il Corriere della Sera, l'uragano Isabel probabilmente non causerà "un altro blackout più grande di quello di Agosto". Il prestigioso quotidiano di Via Solferino vede i newyorkesi che "si aspettano il peggio".
Effettivamente, questo venticello è fastidioso, fastidioso, fastidioso. Gli scoiattoli nel campus ed alcuni piccioni, ma non tutti, non potendo leggere l'italiano, si sentono un poco interdetti con tutte le cose che volano attorno. Riguardo agli esseri umani, invece, il sindaco Bloomberg ha fatto un proclama a reti unificate alla cittadinanza tutta, per avvisare di chiudere bene le finestre che, con tutta quest' aria, si rischia di rovinare le tende.
In fondo i personaggi ci sono sempre, basta cercarli. Uno dei miei preferiti qui, forse quello che più ero voglioso di trovarmi di fronte un giorno, è il rivoluzionario zapatista.
Il rivoluzionario zapatista, nel contesto della biblioteca della Business School dove lungo le reti wireless a banda larga svolazzano da un computer all'altro milioni di pulitissimi fogli di calcolo, dove la moquette attutisce il volume delle menti dei dirigenti wannabe, dove nessuno ha troppo tempo di fare due chiacchiere perché time (will be) money, ebbene in questo posto e sopra quella moquette, il rivoluzionario zapatista è un sollievo, un spettacolo, una certezza incrollabile.
Ed è tutto, siori e siore, tutto secondo i crismi.
Brasiliano.
Barba lunga, ma non troppo.
Ricercatamente trasandato. Ma non troppo.
Scarpe di cuoio da buttare. Queste si.
Laptop IBM con nuovo processore Intel. Veloce.
Dietro lo schermo del laptop IBM: adesivo giallo fosforescente con stella del Partido dos Trabalhadores. Rossa.
Sala macchine di barca in disuso sul fiume Hudson
Chicago è una piccola New York, solo che si ascolta il blues e si può fumare nei bar.
Questa sera, per la prima volta da quando sono arrivato qui, ho guardato la televisione.
È successo a casa di Marty, un americano che indossa giubbotti di pelle ed è un mix in parti uguali di Robert De Niro, Arthur Fonzarelli e Bart Simpson, e con Shirzad, un indiano che somiglia all'attore di un Bollywood-movie.
Ci siamo messi comodi ed abbiamo visto l'ultimo acquisto del padrone di casa, il Video CD de "Il Mago di Oz", il film del 1939 che comincia in bianco e nero e dopo qualche minuto ti spara un grandissimo Technicolor, colori vivaci, oserei dire psichedelici, nell'edizione speciale muta e sincronizzata con The Dark Side of the Moon.
Ciò che mi diverte di più fare in questi giorni è prendere un bel banchiere d'investimento, prenderlo duro, puro ed acuto, parlare duro, puro ed acuto, e poi sul finire chiedergli se è felice. E sentirsi sempre rispondere - duro, puro ed acuto - no.
Questa sera ho deciso di concedermi un programma di informazione politica, così sull' aereo mi sono visto Terminator 3.
Tre cose mi hanno mandato in visibilio: il fatto che il Terminator cattivo questa volta fosse una bella ragazza, battute autoreferenziali tipo: “I lied” e “I am back”, e che queste fossero pronunciate con un vago ma indubbio accento austriaco.
I miei vicini di viaggio sono la classica coppia di democrats newyorkesi. Due persone sulla sessantina, lei più alta di lui, che sembrava si volessero molto bene e fossero in viaggio per un'occasione particolare. Hanno insistito parecchio per avere un bicchiere di champagne dalla hostess, ma in fondo l'economy è pur sempre l'economy, eppure alla fine l'hanno ottenuto e brindato. Per un attimo, tra le varie ipotesi che mi sono venute alla mente, ho pensato che avessero vinto dei soldi in qualche modo. Poi ho dato un' occhiata al libro che lui stava leggendo e sottolineando con precisione adolescenziale: “How to make money with stocks”. Forse più avanti.
Londra è una città brutta, insopportabile e deprimente.
Non vedevo l'ora di ritornare qui, non vedevo l'ora di riannusare questi odori e di riascoltare questi suoni, e di rivivere l'elevazione gotica dei grattacieli di notte. Sul taxi verso la città però la mia compagna del settimanale tedesco mi parlava del lavoro di editor, così i miei occhi, per educazione, sono rimasti fermi verso di lei, finché non ce l'hanno più fatta e, giusto prima del tunnel di Midtown, si sono voltati come una molla verso il fiume, e dietro il fiume i palazzi.
Nient'altro allora è parso, nella pratica, più importante di quelli, e quanto più si entrava nelle strade, tanto più le tessere riprendevano il loro posto, e tutto ciò di cui ero stato privato ritornava in ordine, le luci, i colori, i suoni, l'autista nero balbuziente che parla napoletano sul suo taxi giallo.
Solo un'immagine scura, bisogna ammetterlo, rubava spazio a quei colori, solo un silenzio a quei suoni, solo un flash, un rapimento di pensiero involontario a quella vita. Il chiostro di Piacenza del giorno prima, nel cuore della notte, le luci gialle tra la nebbia, solo quel silenzio totale nel battere della pioggia rubava, ogni tanto, per un attimo, la scena al teatro di quelle strade.
Il Borgata è l'ultimo nato tra i casino di Atlantic City, cioè quello in cui bisogna essere adesso.
I mobili delle stanze sono costruiti per durare tre anni, le ante degli armadi hanno già ora accoppiamenti sbilenchi, la tappezzeria è troppo sottile e brutta per resistere, la moquette nuova è già scura lungo i percorsi dei corridoi - tutto è programmato per durare, cioè, finché il tutto non sarà più una novità, finché il tutto non sarà più il posto dove bisogna essere. Allora la clientela cambierà, i sessantenni e i settantenni allora risponderanno alle offerte dei weekend a 59.99, ed i giovani di Philadelphia e New York che vogliono giocare, bere alcool gratis, e fumare all'interno dei locali si sposteranno nel posto dove, tra tre anni, bisognerà essere.
È divertente osservare, come sempre nei casino. È divertente osservare il figlio di un prete e di una suora che dopo diciassette ed undici anni - rispettivamente - decisero di fare due figli, il maggiore dei quali è ora seduto al tavolo del Black Jack da quindici dollari, e quando prende le decisioni del gioco consulta la tabella scaricata da Internet giusto prima di partire da New York. È divertente osservare la figlia di uno degli amministratori delegati più in voga d'America perdersi dietro i cocktail - sempre lo stesso cocktail - ed intanto vincere o perdere senza troppo entusiasmo e senza troppa disperazione. È divertente guardare gli altri, ragazzi e signori che urlano di gioia al risultato del banco, che girano attorno ai tavoli ed un poco, è vero, un poco molestano attorno. E che comunque vengono lasciati fare, perché tanto, come tutti quelli attorno ai quali offrono per un'istante l'immagine della vittoria, alla fine, come tutti, perderanno.
[…] Bruce Springsteen, Atlantic City
Questa sera lascerò il Centro del Mondo.
Ma come dice il futuro presidente degli Stati Uniti, I'll be back.
Thailand & Laos
Bangkok è la Milano del Sud Est Asiatico: una brutta città con alcuni angoli preziosi.
In questi due giorni la città mi è passata accanto velocemente e senza stravolgere il basamento delle mie sensazioni. Parecchi deja vu asiatici e stereotipi ora eccessivamente stereotipati oppure sfruttati per i gruppi organizzati di turisti Europei in stopover verso Phuket.
Persino Patpong, un tempo luogo rinomato di prostituzione minorile verace, è decaduto al rango di mercatino di bancarelle delle solite magliette globali e dei soliti orologi finti. E giusto accanto ai locali go-go più prestigiosi, ora specchietti per le allodole, ne sono nati da poco tanti altri che ne riprendono il marchio con nomi improbabili - King's Castle è declinato in almeno cinque diversi nomi in cinque diversi locali. Insomma, la più disonorevole delle fasi di declino di un quartiere che un tempo doveva promettere davvero bene.
Della mia prima visita a Bangkok mi hanno appassionato tre cose.
Prima di tutto, il traffico. Il traffico di Bangkok è la caricatura mondiale di un ingorgo eterno ed infinito. Macchine ferme, sempre ed ovunque. L'attesa di un piccolo movimento è così fuori da ogni logica che la dilatazione temporale diventa persino piacevole e divertente.
Secondo, la meravigliosa casa di Jim Thompson, un architetto Americano che all'inizio del secolo scorso, durante un viaggio in Thailandia, rimase colpito dalla bellezza delle sete locali, e cominciò a mostrarle nei luoghi del mondo in cui questa bellezza era più apprezzata - Milano, Parigi, New York - iniziando un solido commercio. La casa nella quale abitava è ora un museo; la sua architettura, gli interni e l'arredamento sono un monumento alla bellezza delle cose della realtà. I particolari visibili o nascosti dei mobili, delle decorazioni delle ceramiche e dei materiali pregiati, provenienti dalla Thailandia, dall'Asia e dal mondo intero, rendono ragione del divino che si nasconde nelle minuzie, e sembrano mimare il senso di devozione ad esso degli artigiani e degli artisti durante la loro opera di creazione.
Terni è una città orrenda, punto. Bergamo Alta, invece, è molto bella. Ma ci sono alcuni luoghi al mondo che sono più difficili da giudicare o da definire. Chang Mai, ad esempio. Una cittadina del nord della Thailandia apparentemente senz'anima, che doveva servirmi semplicemente come base di partenza per il resto del mio viaggio verso Nord, ma dove alla fine mi sono fermato ben tre notti.
Chang Mai è una piccola città con strade di media larghezza e case basse. Due cose definiscono questo posto. Primo, il traffico di auto e motorini è esattamente della stessa caratura in ogni strada della città, sia in centro che in periferia, è perfettamente spalmato sul territorio, non ci sono vie senza traffico come non ci sono vie con più traffico delle altre. Il traffico è lo stesso ovunque, ed infatti non ci sono code.
Secondo, il tessuto delle attività commerciali della città è quello tipico dell'economia di un paese che sta cambiando velocemente, e quindi di per se difficile da definire. Accanto a successioni di guesthouse e recenti bar per backpackers si trovano officine familiari minuscole e buie in cui si aggiustano o producono cose piccole e non definibili, generalmente di metallo, e giusto di fianco un negozio enorme dove vendono soltanto macchine fotocopiatrici nuove.
Ieri sera avevo una voglia irresistibile di farmi una pizza. Ho cercato e trovato un ristorante italiano, il proprietario, Roberto, è di Parma. I ristoranti italiani all'estero sono sempre un rischio, ma questo mi ha affascinato e convinto da subito; appena varcata la soglia ho avuto l'impressione di entrare in una trattoria vicino a Scandiano, una di quelle di basso livello con le tovaglie di plastica a fiori dove, se le tovaglie sono opportunamente appiccicose, allora si corre il rischio di mangiare davvero bene. Roberto mi è stato simpatico perché mi ha tirato fuori del crudo di Parma che non era scritto sul menu, poi mi ha presentato la moglie, una thailandese che parla con perfetto accento parmigiano ed alla quale ogni tanto molla una pacca sul sedere per mandarla in cucina a finire la pasta delle lasagne.
Ad un certo punto è entrato un tipo sulla cinquantina che sembrava uscito da un fotoromanzo di fine anni '70, la faccia rotonda, i baffi, ed una polo color carta da zucchero con l'ultimo bottone abbottonato. Il quale personaggio ha cominciato a parlarmi della sua vita, e, stimolato dalle mie domande, è arrivato subito al dunque. La New Age. Appena ho sentito queste parole mi sono illuminato e subito un ghigno sarcastico è comparso sul mio volto, ed ho pensato quando era stata l'ultima volta che avevo parlato con uno di questi. Devo ammettere che mi mancavano, mi mancava davvero avere davanti qualcuno che riesce a spiegarmi il motivo del suo essere al mondo e della sua felicità riconducendo tutto a tre frasi della semplicità esilarante o dalla totale sconnessione con l'essere dell'uomo e la realtà. Ciò che ieri mi ha fatto più sogghignare, mentre lo spronavo con le mie domande a rincarare la dose, è stato qualcosa riguardo al futuro, ed al fatto che il futuro cambia, quindi il potere delle nostre azioni, oggi, cambia il futuro domani, ed il potere delle nostre azioni, domani, cambia il futuro dopodomani. Quando poi ho citato tre o quattro libri sul tema che ho in casa, allora ha avuto un'esplosione di gratitudine e felicità nel constatare quanto fossimo sulla stessa lunghezza d'onda.
Sono uscito, ho camminato una buona mezz'ora lungo il fiume e sono arrivato all'unico locale che resta aperto fino alle due di notte, il Bubble, un posto con l'arredamento dark di una discoteca da domenica pomeriggio.
Ho conosciuto Jen, che mi ha scarrozzato in giro per Chang Mai deserta di notte sul suo motorino. Faceva caldo, e dal sedile di dietro allargavo le braccia ai lati come si fa, quando si è contenti, nelle notti d'estate.
Si parlava di guerra e pace, l'altra sera con Saskia. Si parlava di quale è il limite entro il quale un popolo si deve in qualche modo occupare del destino di un altro popolo, ossia di quali sono i presupposti grazie a quali, in concreto, uno stato può interferire, seppure con un progetto positivo, nel destino di un altro stato o di un altro popolo, combattendo per lui o al suo fianco, e liberandolo dalle mani del nemico. Il che è un argomento, come si dice, di scottante attualità. Con Saskia ad un certo punto ci si è incagliati durante la discussione. Allora ho tirato fuori la storia del Tibet.
Il popolo tibetano è stato, nel corso degli anni recenti, cacciato dal Tibet dai Cinesi, il governo costretto all'esilio in India, e la struttura di supporto della filosofia buddista - monasteri e luoghi di culto - fisicamente distrutta. L'opera di rimozione della cultura e della tradizione buddista in Tibet da parte della Cina è già ad un ottimo livello, anche se, prima di finire il lavoro, rimane ancora qualcosa da fare.
Il Tibet ha reagito sostanzialmente, nella storia, facendo ciò che il Buddha insegnava: ossia assolutamente niente. Facendo la pace.
Il buddista non ha nemici, e non considera nella sua cultura la reazione violenta ad un' azione violenta. Una posizione del genere davvero colpisce. Quando avevo incontrato I monaci tibetani che erano scappati dal Tibet camminando per quattro mesi sulle montagne ghiacciate verso l'India, ed erano arrivati alla meta perdendo per la strada la stragrande maggioranza del gruppo, essi non nutrivano nessun rancore verso I Cinesi che a questo li avevano costretti – appunto, perché loro non conoscono nemici. Una posizione del genere davvero colpisce ed affascina, soprattutto affascina chi proviene da una cultura nella quale storicamente, nel caso dell'attacco di un nemico, si è stati abituati ad impugnare un'arma – sia stato per difendere il potere, un' area geografica, oppure la libertà di un popolo. Una posizione del genere, la rimozione dell'odio dall'intimità delle coscienze, è di preciso ciò verso cui in tanti tendono per aiutare il mondo ad un cammino verso la pace. E pure, già tutto questo esiste, già tutto questo è realtà.
Si parlava, con Saskia, di quale è il limite entro il quale, però, può sopravvivere al mondo un nucleo di persone sufficienti a mantenere in vita la cultura e la tradizione di un popolo, come quello Tibetano, in questo caso. Infatti, I Buddisti tibetani stanno scomparendo velocemente, e, come dicono loro stessi, "time is running fast".
Ci si è arenati giusto qui. Da un lato il fascino di una reale posizione non violenta, dall' altro un punto interrogativo. Il pomeriggio del giorno dopo allora sono andato fuori città, in un monastero buddista nella foresta. Un monaco teneva una lezione pubblica, ed io gli ho girato la domanda. La risposta è stata molto interessante, ha parlato degli insegnamenti del Buddha, della non-violenza, della tranquillità dell'anima delle persone.
Sennonché, ad un certo punto, tornando all' esempio dei Tibetani che mi interessava, ha detto una frase che pareva semplice e scontata all'interno del discorso, ed alla quale non ha neppure associato un'intonazione particolare, ma dall'importanza radicale. Diceva che, in Tibet, per forza e senz'altro i Buddisti saranno annientati, la cultura dispersa, il culto e la tradizione distrutti. Questo succederà, è già successo nella loro storia, e niente sarà fatto per resistere – niente che non sia non-violento, azione diplomatica, dialogo - perché “avere la tradizione e la religione distrutta è sempre meglio che combattere”.
Qui ci si era arenati, e questo probabilmente è il punto focale. Perché una posizione del genere funziona soltanto, paradossalmente, se non esiste il male, ossia se non esiste al mondo soltanto una persona a cui interessa dominarne un' altra. La soluzione, in fondo, forse sta tutta qui, credere o no che il peccato originale esista, credere o no che il male, di cui facciamo intima esperienza ogni giorno, ci sia.
Da ciò consegue tutto: il proteggere il proprio popolo, la propria cultura, la propria tradizione, e pure quella degli altri, o lasciare che qualcuno, siano l'esercito cinese in Tibet o quattro piloti in America o tre persone in Spagna, se li prenda. Li annienti. Ne eradichi la storia.
Questi sono i termini dentro cui si muovono la guerra e la pace, e questi sono i tempi in cui si può decidere se, come per il Tibetani, sia sempre meglio avere la propria tradizione e religione – il proprio popolo – distrutti, piuttosto che combattere.
Questa mattina, per la prima volta nella mia vita, ho stretto la mano a due veri comunisti. L'episodio è avvenuto sul cassone posteriore di un camion, sulla Route 13, precisamente a sedici chilometri (circa) da Muang Phu Khun, in direzione di Kasi.
Mi mancava da morire il ferro nudo delle corriere, il rombo gutturale dei motori anziani, tutto quello che ci viaggia sopra - cose, animali, uomini - e soprattutto le stazioni, mi mancavano le stazioni. Sono partito da Luang Prabang dopo aver camminato tutta la mattina sotto il sole, lungo i vicoli con le case basse in stile coloniale francese, l'odore delle baguette misto a quello delle spezie, ed in mezzo alle famiglie che stendevano i panni lungo le rive del Mekong. Cominciava il pomeriggio e faceva ancora caldo, e la corriera ha cominciato subito a salire sulle montagne.
Il viaggio è stato magnifico. La corriera si è arrampicata lungo i crinali, aprendo lo sguardo, qualche volta in basso a sinistra e qualche volta in basso a destra, a valli verdi, desolate ed incontaminate, di cui non si riusciva mai a scorgere la fine. Lungo la strada, ad una distanza di una quindicina di chilometri l'uno dall'altro, tanti villaggi, normalmente allungati ai lati della strada principale, e nei quali la strada principale aveva la funzione di centro della comunità. Ieri era domenica, ed infatti pareva che nei villaggi si facesse ciò che si può fare, se si vuole, la domenica - cioè niente. Soprattutto, la gente era a riposo nelle capanne, si intravedeva nell'oscurità, oppure, in alternativa, si lavava. In ogni villaggio c'era un angolo con una fontana dove a decine, bambini, uomini e donne, si lavavano con canestri d'acqua fredda, i bambini nudi e le donne, pudiche, completamente vestite.
Soprattutto, ogni villaggio trabordava di bambini in festa, a giocare tra di loro, con i cani o con maiali grigi, oppure in braccio alle loro madri, normalmente appoggiate allo stipite della porta della capanna.
Nei paesi non c'era niente. Non c'era ferro, non c'era vetro, non c'erano altri colori che non fossero il verde degli alberi o il marrone delle capanne. Il Laos è un paese il cui sviluppo è rimasto indietro di trenta anni rispetto, pure, ad un paese come la Thailandia. La principale forma di abitazione sulle montagne è, appunto, una capanna costruita su una palafitta a un metro e mezzo da terra, dalla struttura interna solida ma dai muri evidentemente fragili, costruiti con sottili listelli di legno rettangolare intrecciati, esattamente come un cestino.
Era tutto troppo strano, era tutto troppo diverso da tutto ciò che ho visto prima, eppure in paesi già così poveri. Dopo quattro ore di viaggio, più o meno a metà strada, arriviamo al punto più in alto sulla montagna, dove sta un paese il cui luogo centrale è un crocicchio - da una parte la strada verso sud, dall'altra quella verso il Vietnam. C'è molta vita, la stessa di tutti i villaggi, eppure qui di più, ci sono più persone e c'è pure qualcosa che somiglia ad un mercato. C'è un'atmosfera unica. Quando la corriera si ferma tutto il paese si sposta ancora in mezzo alla strada. La corriera riparte quasi subito e comincia a scendere, io corro a cercare la mia guida e cerco di capire il nome del paese, ma non è segnato neanche sulla mappa. La corriera continua a scendere verso valle, tutto attorno fa più fresco e il sole sta tramontando, il paese è ormai lontano.
Corro verso l'autista e gli faccio capire che voglio scendere, questo non capisce, poi alla fine però ferma la corriera, e io scendo. In questo momento sono precisamente in mezzo ad una strada nelle montagne del Laos centrale. Comincio a camminare verso il paese, mi volto e la corriera è ancora ferma in mezzo alla strada, pare che mi aspetti, mi guardano, allora gli faccio un generoso ciao con la mano, quindi, dopo un po', riparte.
Mi rendo conto che dovrò camminare per almeno cinque chilometri, e mi travolge il mio terrore numero uno: i cani randagi. Decido di fermarmi e di mettermi i pantaloni più resistenti che ho, poi ricomincio. Cammino e lungo la strada incontro decine di persone, bambini che giocano, vecchie donne dalla pelle raggrinzita ferme sul bordo, donne con un bastone sulle spalle con attaccate ceste stracolme, e poi maiali, cani e galline. Tutti quelli cui passo di fianco mi sorridono, supero alcune case e poi ancora soltanto la strada, ora fa fresco e ho il tramonto giusto davanti a me. Dopo un' ora di cammino, finalmente, faccio la mia entrata discreta nel villaggio, con il mio zaino arancione, gli occhiali da Malibu Beach ed un cappello da sfigato, ed allora tutti, ai lati della strada, a quel punto smettono di fare quello che stanno facendo per ammirare, curiosi, la mia occidentalità e la mia novità - un gran bel colpo, comunque, per il mio narcisismo.
Confido nel fatto un posto dove dormire non lo si nega a nessuno, e comincio a cercare attorno nel villaggio, nessuno parla inglese e ormai si è fatto buio, ma alla fine trovo una signora, anzi tre donne - madre, figlia, e nipote - che mi offrono una stanza a casa loro di fianco a quella dove dormono loro.
Me ne vado un po' in giro, poi mi siedo davanti ad una baracca lungo la strada, qui vendono birra e ne approfitto, e cerco di capire in quale paese sono finito. E scopro che, pur non essendo nella guida, il paese è citato quando si parla della guerriglia Hmong, che a quanto pare ha base giusto lungo la strada che stavo percorrendo a piedi due ore prima.
Il popolo Hmong è, in parte, quello che ho incontrato lungo la strada, ma più in particolare è quello con cui si erano alleati gli Stati Uniti durante la guerra di Indocina - la CIA li allenava proprio qui vicino - e che, dopo la guerra e dopo la presa di potere in Laos da parte dei comunisti nel 1975, ha continuato a fare opposizione ai comunisti, con atti di guerriglia appunto, scorrerie varie, attentati qui e là, ed aggressioni armate agli autobus locali giusto su questa strada con relativi stranieri morti ammazzati, tutti con lo scopo di contrastare o danneggiare indirettamente il governo comunista. Amici miei, in fondo.
Comunque, pare che negli ultimi tempi la zona sia diventata più tranquilla, anche se rimane una delle ultime zone di resistenza. In ogni modo decido di sospendere per stasera la tradizionale passeggiata al buio sotto le stelle, e me ne vado nella mia stanza.
La mattina mi sveglio di buon'ora, e me ne resto seduto davanti al crocicchio a guardare il paese che si sveglia, gli uomini che caricano cose, ed i primi commerci di frutta e verdura lungo la strada principale. Devo cominciare a scendere verso sud, ho ancora quattro ore di viaggio fino a Vang Vieng. Trovo un camion che mi dà un passaggio nel cassone posteriore, in mezzo ad altre cinque persone. Uno dopo l'altro loro scendono ed io rimango da solo nel cassone, dove dovrò restare per un buon duecento chilometri.
Mi appoggio con la schiena ai sacchi di verdura. Sono estremamente di buon umore. Ho una visuale eccellente della strada e delle montagne attorno, il cielo è blu, il camion scende lentamente lungo la valle e l' aria fresca mi rimbalza sulla fronte. Rifletto sulla situazione politica e penso agli attacchi dei banditi, in fondo usavano avvenire proprio qui, non faccio a tempo a finire il pensiero che passiamo di fronte ad una corriera abbandonata da un po' di fianco alla strada, con il lato sinistro crivellato di proiettili. Tre curve dopo, due ragazzini con il mitra spianato in mezzo alla strada fermano il camion. L' autista fa segno dietro, verso il cassone dove sono coricato io, e questi vengono verso di me. Mi vedo costretto ad alzarmi dai sacchi dove stavo coricato, per capire che succede. I due ragazzi alzano il mitra, poi mi fanno un sorriso, appoggiano l'arma sul mio zaino e salgono di fianco a me, non hanno più di quindici anni, ci conosciamo e gli stringo la mano.
Deduco facciano parte dei battaglioni spediti qui - solo dopo la recente asfaltatura della strada - per contrastare la guerriglia Hmong. Lungo i successivi quaranta chilometri ci sono altri quattro posti di blocco, all'ultimo saluto i ragazzi che scendono con i loro mitra. Il viaggio procede fino a Kasi, poi devo scendere dal camion e aspetto per una mezz'ora che ne arrivi un altro. Il primo che arriva è carico di gente, vecchi, donne, bambini.
Ad un certo punto, dopo tre curve, ci fermiamo, ci sono tre persone che devono salire. Una ha in mano due sacchi bianchi, un' altra dei fasci di foglie molto larghe, la terza una cesta con dentro due galline, una bianca ed una nera.
Quattro piccole cose che ho imparato durante questo viaggio.
1) Durante i viaggi in corriera sulle strade tortuose sui monti Laotiani, premurarsi di non sedere di fianco al finestrino, nel caso in cui le persone sedute nelle due file di fronte mostrino sin dalla partenza evidenti segni di sofferenza da nausea, e allo stesso tempo non sia possibile chiudere il finestrino di fianco.
2) È opportuno portare con sé un iPod di riserva, di cui servirsi nel momento in cui il primo, quello in cui si è appena terminato di caricare il cinquecentosessantesimo CD da ascoltare durante i lunghi viaggi, cessi improvvisamente ed inesplicabilmente di funzionare il secondo giorno di permanenza.
3) Un massaggio al giorno toglie il medico di torno.
4) La quarta non si dice.
Japan
Sul fianco sinistro della tazza sta appesa una console con quattro bottoni, una manopola ed un display luminoso. Appena si sfiora la ciambella l'apparato meccanico-elettronico si mette in funzione, per la gioia dell'utente del water.
L'utente dispone di diverse funzioni, illustrate dal simbolo di getti d'acqua, più o meno vaporizzata, sopra simboli di chiappe, più o meno felici. La temperatura e la pressione sono selezionabili dall'utente, ed il tutto comincia con un delizioso rumore elettrico - simile al rumore dei trucchi della DB5 di James Bond - ed una specie di erogatore fuoriesce dalla sua sede.
Nei bagni femminili (*) i diffusori sonori emettono il suono di un delicato scroscio d'acqua - due le teorie, a lungo dibattute: che il suono serva a stimolare la seduta, oppure sia solo rumore di copertura.
Nei bagni pubblici, dopo essersi lavati le mani, le si inserisce in una fenditoia da cui esce aria ad alta pressione - e fino a qui niente di nuovo. Ma all'atto dell'inserimento, una luce blu ultravioletta si accende ad illuminare le mani, per eliminare, cautamente, eventuali germi coriacei.
Per quelli che indugiano in lunghe docce che risultano in bagni allagati ed annebbiati, nei bagni degli alberghi c'è una sezione rettangolare dello specchio che non si appanna, mai.
Nei bagni pubblici, spesso, attaccato al muro si trova un portabambino di sicurezza - in questo caso l'utente del bagno inserisce il bambino per essere più libero nell'utenza. Il portabambino non è dotato di videogiochi né telefono cellulare I-mode.
(*) L'esperienza non è stata vissuta in prima persona dal redattore.
In fondo, tutto il mondo è paese.
Le notti brave degli adolescenti e degli adolescenti attempati di tutto il mondo in fondo hanno tutte la stessa struttura. Si esce dai club all'alba, ci si ferma un po' lì davanti, qualcuno urla, qualcuno ride, qualcuno canta. Poi nella peggiore delle ipotesi, si va a mangiare. Gruppi di amici che entrano mentre altri gruppi di amici escono. A volte sono ristoranti, a volte bar, a volte panifici. A volte brioche, a volte pizza, a volte hamburger. Qui a Kyoto, invece, noodle soup.
Ho finalmente coronato il sogno di una vita: dormire in una capsula a Tokyo.
Il Capsule Inn Akasaka non mi attirava per niente - faceva troppo Holiday Inn, faceva troppo cheap - allora ho chiamato il Green Plaza Shinjuku: "Hi, do you have a capsule for tonight?".
Arrivo verso le dieci di sera. L'hotel è in mezzo ad una specie di quartiere a luci rosse, dove i peep show si confondono tra le migliaia di sale giochi e slot machine. Si entra dal piano terra di un edificio dove non si capisce bene cosa ci sia, anche perché tutte le scritte sono soltanto in giapponese. La hall è rossa e deserta, con alcune fontane poco mantenute ai lati. Scendo sopra la moquette rossa consumata sugli angoli dei gradini e decisamente sozza, salgo sull'ascensore, e noto che anche questo è veramente sporco. Un cartello avvisa che è assolutamente vietata l'entrata ai portatori di tatuaggi ed agli ubriachi. Ringrazio il cielo per essere riuscito, ai tempi, a sedare gli impeti giovanili da tatuaggio, e nel frattempo arrivo alla reception.
C'è un bancone molto lungo, naturalmente diverso da quello degli alberghi e più simile a quello di McDonald's, apparentemente molto efficiente, e ci sono molte persone in coda, che vengono però smaltite velocemente.
Mi avvicino ed una ragazza mi guarda: "You are here for the capsule?". Io le rispondo di si e lei guarda spaventata le mie scarpe - me le dovevo togliere, ed in effetti mi guardo intorno e sono tutti scalzi.
L'operazione di check-in è particolare, e deve gestire anche l'assegnazione di tre armadietti - uno per le scarpe, uno per i vestiti ed uno per le valigie grandi come la mia - e per l'inserimento di cose di valore all'interno di una busta gialla che viene poi sigillata davanti ai miei occhi. Capisco di essere un cliente particolare, prima di tutto perché sono biondo, e poi perché in pochi hanno una valigia. Mi viene data una chiave dell'armadietto e mi viene ritirata la chiave delle scarpe - non è possibile avere controllo delle due chiavi contemporaneamente. Mentre pago mi volto, e vedo un tipo completamente nudo con una specie di camicia azzurrina sulle spalle che sta salendo le scale.
Con la carta di credito in mano, guardo meglio e noto decine di persone che salgono o scendono le scale, nudi oppure con dei boxer blu, tutti scalzi ed alcuni con un piccolo asciugamano giallo in mano. Allora mi concentro su quelli che stanno facendo check-in con me: classe media, gente in giacca e cravatta, alcuni ben distinti dentro gessati grigi e cravatte impeccabili, alcuni ragazzi della mia età in abito, qualche barbone e dei vecchi. Sono l'unico occidentale, ma come succede in Giappone nessuno mi presta attenzione.
Entro nella stanza degli armadietti e cerco il mio. Per ogni fila di armadietti ci sono persone che si stanno cambiando - tutti si stanno spogliando e si stanno mettendo la divisa offerta dalla casa: boxer blu, camicia azzurra, e nient'altro. Sembra che tutti sappiano dove andare e come fare, sembra che tutti sappiano come funziona.
In fondo ad ogni fila di armadietti c'è una sedia dove sta seduta una persona nuda a fumare. Nel bagno ci sono spazzolini usa e getta, rasoi usa e getta, shampoo, saponi ed ogni genere di crema, però il bagno è vecchio e trasandato.
Chiedo per le docce, e mi dicono che devo salire tre piani, salgo le scale e per le scale ci sono decine di persone che salgono e scendono con destrezza - sembrano di casa. Arrivo al settimo piano, anch'io ora sono scalzo, i boxer blu e la camicia azzurra. Entro in una stanza dove c'è una grande vasca con tante persone sulla cinquantina addormentate nell'acqua con l'asciugamano giallo sulla fronte. Nessuno mi degna di uno sguardo, anche se in questo contesto sono decisamente diverso dagli altri. Lungo tutti i lati della stanza ci sono tanti seggiolini bianchi su cui bisogna sedersi per fare la doccia - non esiste quella in piedi. Dopo la doccia tutti vanno in una stanza dove ci sono pile di asciugamani gialli - qui ci si asciuga sopra una pedana davanti ad un ventilatore che spara aria fredda a massima velocità verso quelli bagnati che si stanno asciugando. La stanza di fianco è un altro bagno enorme dove ai lati stanno prodotti diversi e dove tutti si sistemano un po'.
Dopo la doccia scendo. Tutti sono scalzi, ma il luogo non è pulito. O meglio, pare pulito però è vecchio, quindi in fondo è sporco. Dopo la doccia esco per la serata, e mentre esco altri uomini in giacca e cravatta ed un ragazzo in smoking con il papillon un po' sfatto stanno arrivando.
Ritorno verso le due e ci sono ancora persone al check-in, ancora giacca, cravatta, e calze. Salgo all'ultimo piano ed entro in una stanza grande dove ci sono centinaia di persone, tutte scalze ed in mutande. A destra dell'entrata ci stanno otto lettini e di fronte agli otto lettini otto massaggiatrici - il must qui è il massaggio plantare. Giusto a sinistra c'è una specie di ristorante self service che non degno di attenzione, e tutto il resto del piano è occupato da tanti piccolissimi banchi - come quelli delle elementari - ognuno separato dall'altro, e tutti orientati verso una televisione. Sui banchi la gente cena, legge i giornali, guarda la televisione, oppure parla ad alta voce con se stessa come nei manicomi. Mi siedo mentre aspetto il massaggio plantare e scopro che il ragazzo di fianco a me è pazzo. È un giapponese grasso, il che innanzitutto è raro, che ha riflessi strani di fronte alla sua birra mentre guarda la televisione - si agita ma è come incantato, passivo di fronte agli eventi.
Il massaggio plantare è ottimo, esaltato dal rumore della russata insostenibile dei due salarymen giusto di fianco; dopo il massaggio decido che è il momento di entrare nella capsula. La mia capsula è al terzo piano dell'albergo, lungo un corridoio ai cui lati stanno queste specie di loculi di plastica, che sembrano lavatrici ma che però non dispongono di sportello e restano sempre aperti; l'entrata è di un metro per uno, e per ogni corridoio ci sono due piani di capsule.
La gente russa molto qui, e si capisce infatti perché la reception vende i tappi. Le capsule sono di colore giallo, un giallo inizi anni ottanta, effettivamente il posto è vecchio. La capsula è pulitissima, c'è una console di comando con radio, luce, sveglia, una televisione di pollici undici che sbuca fuori dall'alto, un sensore di fumo, una tendina.
Spengo la luce. La mia capsula è al piano terra, così per tutta la notte vedo bene quelli che camminano nel corridoio, gente che arriva e che se ne va ad ogni ora, avanti e indietro. Prima indossavano una giacca e una cravatta, ora hanno i boxer blu, la camicia azzurrina, e camminano tutti scalzi.
China
Time magazine ha definito Shanghai "the world's hottest city". Anche se Time magazine non è l'Economist, su questo punto, stavolta, si può convenire con Time magazine.
Sono atterrato da poche ore al nuovo aeroporto Pudong. La mia prima preoccupazione è stata quella di districarmi con una certa impazienza in mezzo alle indicazioni per correre al nuovo treno a levitazione magnetica che porta in città, uno dei motivi per cui, personalmente, ha senso venire in Cina.
Il treno viaggia, appunto, levitando leggermente sopra una monorotaia piatta, senza fare troppo rumore e senza nessuno sbalzo, ad una velocità di crociera di 430 km/h, con punte di 431 km/h. Costruito dal solito consorzio di industrie pesanti tedesche, il treno a levitazione magnetica rappresenta il primo impatto con la Cina per un viaggiatore e l'essenza del suo sviluppo. Mentre sfreccia come un missile sulla monorotaia sopraelevata, in mezzo alle campagne cinesi e tra le baracche basse del proletariato suburbano, si ha la netta percezione che in questo posto stia davvero succedendo qualcosa di grosso.
L' amico Gervasi raccontava che in fondo tutto quello che sta succedendo in Cina è orientato al futuro, tutti gli investimenti di cui il pullulare di gru attorno sono espressione non danno ritorni adesso ma li daranno in futuro, tutta l'energia disordinata che si respira da subito è in fondo attesa di qualcosa che si realizzerà e si toccherà con mano più avanti. Il treno a levitazione magnetica, costato 1.2 miliardi di dollari ed il cui biglietto costa solo 4 dollari, è il primo simbolo della volontà dei cinesi, del governo e delle sue società di sfoggiare, sedurre, ed ammaliare il futuro senza troppa preoccupazione per il presente.
Dopo avere inutilmente provato a restare sul treno e tornare indietro in aeroporto per farmi altri due giri ed altre due scariche di adrenalina, sono arrivato in metropolitana a Piazza del Popolo per incontrarmi con l'amico Gervasi. Si è pranzato in locale nuovo, stile finta tenda berbera, costruito in mezzo al parco di fianco agli uffici governativi e circondata da un laghetto. Per i cinesi l' attrazione principale di questo tranquillissimo laghetto è un autoscontro con macchine autoscontro galleggianti che si muovono al ritmo di musica classica ad alto volume, ed il cui divertimento viene complicato dalla presenza di vere e proprie mine antinave sferiche galleggianti che spruzzano getti d'acqua intorno quando vengono urtate, appunto, dagli autoscontro galleggianti.
Ora me ne vado a camminare in giro e cercare di capire questa città. Fortunatamente, non sarà per niente facile.
A Pechino, come a Shanghai, e come, immagino, nel resto della Cina, muoversi non è facile. Quest' oggi ho impiegato circa tre ore per trovare l'edificio dove volevo andare, in parte perché nessuno, ma proprio nessuno, parla una lingua diversa dal cinese, inclusi i tassisti, i quali comunque spesso non sanno leggere neanche il cinese, se questo è scritto troppo piccolo, e pure a volte se è scritto grande, e di solito una volta che si arriva al nome, comunque non sanno come arrivare al luogo, anche perché non sanno leggere le mappe, di qualsiasi lingua siano; in aggiunta e soprattutto, io non parlo - per ora - e non leggo cinese, che è l' unica lingua in cui sono scritti i nomi degli edifici e spesso delle vie, sempre che i nomi delle vie siano scritti sulle vie. In aggiunta a ciò, i cinesi hanno la pessima abitudine di volere rispondere alle domande in qualche modo anche se non conoscono le risposte, il che può sviare un viaggiatore e dunque, nel caso particolare, me.
Dopo tre ore dunque sono arrivato alla città sotterranea dove volevo arrivare. La città sotterranea di Pechino è un immenso aggrovigliamento di cunicoli che Mao aveva voluto costruire dieci metri sotto terra come rifugio sotterraneo in previsione di una guerra nucleare con la Russia. Per questo nel 1969 il nostro aveva chiesto gentilmente ad un esercito di lavoratori di preoccuparsi di scavare, perché no, con le mani, questa città sotterranea, terminata nel 1979, l'anno preciso in cui la Russia decidette di concentrarsi invece sull' Afghanistan. (I russi in verità a casa loro erano stati più furbi ed avevano costruito i cunicoli in modo che fungessero sia da rifugi antiatomici che da metropolitana: cfr. metropolitana di Mosca).
Arrivo in questo edificio abilmente nascosto in mezzo a case basse e botteghe. Nel piccolo atrio di entrata ci sono una decina di persone, tutte vestite da militari, che stanno dormendo o giocando ad un gioco strano con le biglie. Nel momento in cui entro tutti, all'unisono, alzano la testa annoiati per l'arrivo di un nuovo turista - il turista numero tre, secondo il registro tenuto dall'addetta alla tenuta del registro, pure lei vestita da militare. L'addetta alla tenuta del registro chiede a tutti chi è che vuole accompagnarmi nei cunicoli, e nessuno risponde, lo chiede un' altra volta, tutti si guardano ed alla fine un ragazzo, scocciato, si fa avanti e si alza dallo scranno su cui stava giocando, si infila una giacca militare e mi accompagna giù. Mi chiede se abbia fatto fatica a trovare il posto, e quando gli rispondo di si mostra una certa soddisfazione.
Si scende insieme giù per questi tunnel stretti, freddi ed umidi, che collegavano stanze e luoghi di pubblica utilità che nel complesso potevano contenere fino a 300.000 persone. Si procede lungo i cunicoli grigi illuminati da lampadine che penzolano dal soffitto, ed ai cui lati si aprono, di volta in volta, accessi all'ospedale, alle cucine, al cinema, a cunicoli più larghi che arrivano alla città proibita ed a piazza Tiananmen. Alle pareti stanno appesi quadretti celebrativi del regime comunista, tra cui una fotografia di un esemplare di un carinissimo Mig dipinto come un pappagallo. Ad un certo punto si arriva ad una stanza enorme mezza buia che in passato sarebbe dovuta servire da opificio. Varcando la soglia una fotocellula fa accendere tutte le luci e d'improvviso sette commesse in vestito militare escono dal nulla per accogliere i clienti, cercando di vendere principalmente lenzuola, vestiti da donna ed asciugamani. Alla porta di uscita un altra fotocellula fa spegnere tutte le luci e fa tornare le sette commesse nell'oscurità da cui se ne erano arrivate.
L' ultima parte del tunnel è una sfilata di fotografie ingiallite della nomenklatura del comunismo cinese, con un finale saluto al vecchio Karl, la cui faccia barbuta sta appoggiata di fianco ad una delle serrate spesse trenta centimetri. E sull'ultima curva in fondo all'ultimo corridoio, da dentro una statua di porcellana bianca il nostro Mao saluta e benedice i turisti entusiasti, le guide vestite da militari e, con commossa gratitudine, tutti i compagni lavoratori che dal 1969 al 1979, con le loro dita e con le loro unghie, hanno reso questo spettacolo possibile.
Passare dal centro di Hong Kong ad una spiaggia in mezzo al nulla piena di cinesi nel Guandgong, e poi di nuovo ad Hong Kong, è un' esperienza inaspettatamente estrema.
Hong Kong è l' unica metropoli al mondo, con New York, dove il rumore non è frastuono, ma energia. Con New York, Hong Kong è l' unica metropoli che abbia mai visto nella quale l'intensità della vita è così forte, e l'unica dove così forte rimane a qualsiasi ora del giorno e della notte, ed in qualunque area. Hong Kong è una metropoli unica, una indescrivibile terra di mezzo, una città che si muove, appunto, come si muovono i capoluoghi del mondo, ma che ha, in aggiunta, una vibrazione strana. Sicuramente, il primo pensiero è che questa sia l'effetto dell' esotismo del luogo, della natura tropicale che fiorisce attorno ai grattacieli, del travolgente impatto della densità, in termini di persone, razze, colori dei cartelli appesi sopra le strade con gli ideogrammi cinesi, insegne di negozi impilati l' uno sopra l'altro perché non c' è spazio.
Eppure, dopo essermi distaccato per una giornata intera in una spiaggia in mezzo al nulla, ciò che mi ha ricordato Hong Kong e ciò che mi ha colpito ancora ritornandoci, attraverso la frontiera - due muri di cemento con il filo spinato ed in mezzo un fiume grigio - la dogana, la polizia e le migliaia di frontalieri che ritornavano la domenica sera, ciò che ho astratto distaccandomene è una sorta di masochismo, della città e quindi, per forza, dei suoi abitanti. Una città troppo calda, troppo umida, troppo intensa, troppo densa e troppo laboriosa per la latitudine, lo spazio disponibile, le razze che la popolano e l'efficienza delle professioni che vi si concentrano; una città che non può che farsi male senza motivo, dove i temporali tropicali improvvisi e sempre inesorabili, che si vedono muovere veloci in mezzo ai grattacieli, in fondo sembrano una punizione, un avvertimento, uno scherzo di Dio cui tutti i passanti per le strade non riescono a scappare, semplicemente perché, nelle strade nervose di Hong Kong, non c' è tempo e non c'è spazio.
He who has not climbed the Great Wall
is not a true man
L' uomo che non ha mai scalato la Grande Muraglia
non è un vero uomo
Chairman Mao Tsetung
In questi due giorni ho camminato tanto. Purtroppo il mio senso d'orientamento si è sviluppato troppo ed ora non riesco più a perdermi nelle città come una volta.
Shanghai mi ha spiazzato. La cosa che più mi ha colpito della città in questi tre giorni è stata il silenzio. Mai avrei pensato di essere colpito dal silenzio a Shanghai, ed in parte ciò è frutto delle aspettative che un occidentale si è necessariamente creato dopo avere letto per anni della Cina e di quello che qui sta succedendo. Mi immaginavo una città estremamente caotica e disordinata, ed invece non mi è parsa più caotica e disordinata di tante altre città di paesi sviluppati o in via di sviluppo. Shanghai è una città senz'altro vivace e rumorosa, le strade intasate di macchine, biciclette, persone, gli odori che escono dai baracchini dei venditori che cucinano sul marciapiede, i colori delle insegne e delle pubblicità intorno. Eppure per ora ho avuto l'impressione che tutto ciò che sta davvero succedendo in questo paese, tutto ciò di così potente ed unico di cui per anni si è letto e sentito, avvenga nel più assoluto silenzio e nella più totale discrezione. Come se ci fosse da una parte una struttura, i cinesi ed in particolare i lavoratori cinesi, che in silenzio, senza ridere e senza piangere, lavorano come macchine allo sviluppo dell'economia di cui sono pedine involontarie, e dall'altra una sorta di sovrastruttura, fatta dallo stato, dalle imprese locali, dagli investitori internazionali che a sguardo basso, senza dare troppo nell'occhio e senza fare rumore inutile, dirigono questo sviluppo.
Due giorni fa sono stato a Pudong, il nuovo quartiere direzionale che fino agli inizi degli anni 90 era un enorme campo dove si coltivavano ortaggi ed ora ha una skyline di grattacieli paragonabile a quella di New York o di Hong Kong. Pudong sta dall'altra parte del fiume, e per arrivarci si può prendere una specie di piccola metropolitana pensata - spero - per i turisti e per offrire una sorta di esperienza futuristica come preludio all'arrivo al quartiere del futuro. Il tunnel è una via di mezzo tra il trenino degli orrori del luna park, un documentario sull'universo e la formazione del mondo in uno schermo tridimensionale, ed una galleria autostradale sulla Serravalle. Le pareti del tunnel si illuminano in modo gratuitamente psichedelico, la musica ed una voce bilingue accompagnano il cambio delle scene lungo tutto il percorso.
Quando esco a Pudong il cielo è scuro, non piove ma i fulmini colpiscono simultaneamente le punte dei grattacieli più alti. Comincio a camminare e cammino per due ore in mezzo ai grattacieli ed ai palazzi, che crescono e si evolvono in modo moderno e senza segni di tradizione sopra questo enorme campo. I grattacieli appaiono inquietanti, prima di tutto perché sono ben più distanti l'uno dall'altro di ciò che si immagina da lontano, e quindi più difficili da raggiungere, e poi perché lo stile è evidentemente aggressivo e grandioso, di una grandiosità sfacciatamente pacchiana, ma efficace.
Eppure, in mezzo al centro di quello che chiamano il nuovo centro del mondo domina il silenzio. Della vita dei grattacieli nessuno riesce a percepire nulla: gli spazi grandi ammorbidiscono il rumore attorno e stemperano il caos che ci si aspetterebbe in un luogo così denso di attività. Immagino questo come il centro di comando della sovrastruttura silenziosa che avvolge lo sviluppo isterico ma solido di questo paese, come la stanza dei bottoni che gestisce, silenziosamente, l' altra struttura, quella fisica vera e propria, fatta delle persone che vivono e lavorano, giusto dall'altra parte del fiume e di li in tutto il resto del paese, e che vivono e lavorano come macchine senza ridere e senza piangere, dunque, in fondo, semplicemente in silenzio.
Brazil
Chi non vive a Rio de Janeiro non ha capito niente della vita.
Se chiedessero a qualunque persona, che so, un ignorante, un premio Nobel, un ricco, un povero, uno di destra ed uno di sinistra, insomma se chiedessero a quello che passa per la strada di disegnare la città dei suoi sogni, egli la disegnerebbe più o meno così.
Una città sul mare, un mare bello e calmo, con una spiaggia lunga ma piena di insenature grandi e piccole, che non sia un lungomare noioso alla Rimini, ma tante spiaggette pure e deliziose ed anche un paio di spiagge lunghe con le barche a vela all'ormeggio.
Poi ci metterebbe della natura rigogliosa e incontaminata, colline coperte di foreste che si tuffano nel mare. Tante colline, verdi e soprattutto immacolate, alcune basse e dolci, altre più alte e ripide. Poi un paio di roccioni alti, ruvidi e marroni, come a distaccarsi dal resto del paesaggio verde e blu. In mezzo a tutto questo una città, case basse da una parte e poi una zona con grattacieli alti, perché comunque è bello lavorare e in una città così di più. Poi tanti prati verdi, dove si possa giocare da piccoli e fare picnic con gli amici da grandi. Ed un aeroporto, a tre minuti a piedi dal centro, perché è ancora più bello partire se poi si sa di ritornare qui.
E sole, tanto sole, e la temperatura giusta, che si esca sempre con la camicia, al massimo la sera si tirano giù le maniche, diciamo 20-25 gradi d'inverno e 25-30 d'estate, giusto perché un po' di differenza non guasta.
Tutte queste persone, l'ignorante di destra, il ricco di sinistra, insomma quello che passa per la strada, chiunque avrebbe disegnato Rio de Janeiro.
Da sopra il Pao de Azucar si sentivano solo gli uccelli ed il suono del fischietto dell'arbitro, guardavo giù e vedevo campi da calcio, campi da calcio, campi da calcio, campi da tennis. Guardavo la spiaggia, e le macchine ordinate nelle strade sulla costa, ed il Cristo Redentor, con le mani aperte, è una città cattolica, infatti si sa vivere bene. Pare un sogno, ma è davanti a me.
Per quanto riguarda i famosi omicidi, onore e vanto di Rio de Janeiro, non ho avuto la fortuna di assistervi, o meglio non ho assistito ad un omicidio completo, ma purtroppo soltanto ad uno tentato.
Passeggio in una via nel centro e ad un certo punto mi fermo davanti ad una vetrina ammaliato dalla bruttezza di alcuni divani in un negozio che vendeva divani. Immerso nei pensieri relativi al colore tremendo di un sofà, sento un po' di concitazione dietro di me. Mi volto e giusto due metri dietro la mia schiena noto un po' di nervosismo, persone che accorrono ed altre invece che, con la medesima fretta, scappano. Mentre mi volto un ragazzo cade col muso sul marciapiede, si rialza con gli zigomi arrotondati e completamente coperto di sangue ed immediatamente dopo, ma probabilmente comunque troppo tardi, una specie di poliziotto lo ammanetta.
Decido, come tanti altri, che è il momento giusto per fare qualcos'altro, allora me ne vado al Bar Luiz, giusto cinquanta metri più in la, uno dei soliti bar nei quali si riunivano i soliti intellettuali ed i soliti artisti nella solita epoca d'oro della città ormai passata, e che ora tristemente ricorda i suoi fasti con quadretti e fotografie appese ai muri, mentre gli avventori consumano cose della cui antica qualità ormai non c'è davvero più traccia. Qualcosa tipo il Giamaica di Milano, per intenderci.
Il bar in origine si chiamava Bar Adolf, poi, immagino dopo approfondite indagini svolte da costosissime società di naming americane, deduco qualcuno avrà notato che il nome non era più troppo amato dalla clientela e, giusto al tempo della seconda guerra mondiale, Adolf fu modificato in Luiz.
Al tramonto prendo la metropolitana e poi un autobus per Ipanema, alla ricerca della famosa (o delle famose) Girl from Ipanema. Salgo sull'autobus e vado verso il fondo, sul sedile posteriore è seduta una ragazza bellissima, bionda (naturale) con gli occhi verdi. Comincio a pensare che è confermato, le ragazze brasiliane sono veramente belle, anzi quella non è una ragazza brasiliana soltanto, è una ragazza di Ipanema, ecco dunque, ho trovato la mia Girl from Ipanema, e l'ho trovata pure prima di arrivare ad Ipanema, questa immagino non fosse riuscita neanche a Tom Jobim.
Dopo circa trenta secondi conosco la ragazza. La mia Girl from Ipanema è di Seattle, Stati Uniti, vive qui solo da un anno ed è sposata.
Peccato, non lo fosse stata, Ipanema o non Ipanema molto probabilmente l'avrei sposata io.
Ieri ho conosciuto Hannes, abbiamo parlato in inglese per una buona mezz'ora e alla fine ci siamo accorti che siamo entrambi italiani. Hannes è un giornalista e fotografo di quarantacinque anni che, grazie alle esperienze di fotografo di guerra, ai continui viaggi in giro per il mondo, ed ai succhi di frutta tropicale che vendono nei baracchini di Rio, dimostra una ventina d'anni di meno.
Oggi Hannes mi seguirà nel viaggio verso Belo Horizonte. È chiaro, un giornalista vuole sempre stare sulla notizia.
La prima cosa a colpirmi è stata la casa, il muro di cinta grigio alto tre metri, gli spuntoni in cima, il filo spinato elettrificato, le porte blindate e le sbarre alle finestre. Qui abita Rosetta e qui dormo io.
Per uno a cui i bambini urlanti sono sempre stati sui coglioni, entrare in un asilo con 300 (trecento) bambini, e pure brasiliani, è un'esperienza forte.
Allora, il centro Jardim Felicidade è in cima ad una collina in mezzo alla favela urbanizzata di Belo Horizonte, ma in qualche modo non ne fa parte.
Il concetto mi ricorda uno di quegli staterelli idioti tipo San Marino, immersi cioè in un'entità più grande ed importante ma in qualche modo parte a sé, con i propri confini e le proprie leggi. Ecco, questo posto ha propri confini e proprie leggi, è in cima alla collina della favela e da dentro la si vede tutto attorno, eppure ne è in qualche modo lontano, la violenza e la miseria ne sono tenute fuori.
La prima impressione che ho è di un posto dove si sta bene, dove c'è affetto e lo si vede, lo si tocca, lo si annusa. Dove c'è umanità. Il che potrebbe sembrare ovvio, l'affetto all'interno di un asilo, ma così ovvio non è, in fondo, nella favela della terza città del Brasile. In un posto dove mater semper certa, ma di padri in giro ce n'è uno ogni quindici bambini, e quindi a voler fare due conti il 90% dei bambini non ce l'ha, con tutto quello che a ciò consegue, la distruzione dei rapporti familiari e sociali, la violenza dentro e la violenza fuori delle case eccetera.
C'è un'atmosfera particolare qui dentro, qualcosa che sto ancora cercando di capire, ma di cui da subito si riconosce l'origine nell'umanità ricca e particolare delle persone che hanno creato queste opere, così uguali alle altre persone, eppure così diverse.
Rosetta ha sessanta anni, vive qui da trentasei, ha creato gli asili, l'orfanotrofio, i centri di accoglienza per i meninos da rua, vent'anni fa ha fatto un giro su un elicottero sopra la favela e poi l'ha ridisegnata sulla fotografia dall'alto, mentre il governo ci voleva passare sopra con le ruspe lei ha allargato i vicoli fetidi e ha fatto le strade e ci ha messo la luce, e quindi la dignità, ma soprattutto ci ha vissuto dentro lei con i favelados, ne ha condiviso la vita e i bisogni fino in fondo, questa è la differenza.
Ieri sera con Rosetta siamo andati a cena a casa della famiglia dell'odontoiatra dell'asilo, una terrazza con piscina ed un'ottima vista sulle favelas, roba da far schiattare d'invidia pure le terrazze radical chic romane.
C'erano i genitori della ragazza, due persone così incredibilmente somiglianti a loro figlia che erano identiche anche tra di loro; poi tre ragazzi di un gruppo rock brasiliano chiamato appunto Trinidade al loro terzo CD, che hanno cantato a gratis le loro canzoni a cavallo del dolce; poi un ingegnere sulla cinquantina sosia di Luciano Benetton che a un certo punto ha deciso di mollare tutto e fare il pittore; poi il console italiano a Belo Horizonte, che continuava a baciare ed abbracciare Rosetta. Poi c'era la caipirinha, tanta caipirinha per me e cachaca schietta per Rosetta, e soprattutto non c'era niente da mangiare.
Io ho parlato un po' con tutti, poi a un certo punto ho deciso di soffermarmi su una ragazza brasiliana, è stato dopo che ha affermato che le ricordavo l'incarnazione di un dio greco.
Siamo tornati a casa a tarda notte con la Rosetta che guidava per le strade larghe di Belo Horizonte ed io che barcollavo nel sedile posteriore, non si è fermata ad un semaforo rosso che fosse uno, poi mi hanno spiegato che non ci si ferma mai ai rossi a Belo Horizonte la notte, l'ultima volta che lo ha fatto due settimane fa, Rosetta si è trovata puntata un coltello alla gola.
Siamo arrivati a casa, il cancello si è aperto e siamo entrati, poi si è richiuso. Il muro di cinta, gli spuntoni, il filo spinato elettrificato, le porte blindate e le sbarre alle finestre hanno tenuto fuori tutto il resto.
1) Quando mi ci sono perso guidavo il Volkswagen bianco ed erano le tre di notte, buio tutto attorno e solo quella strada lunga, in mezzo al niente, era illuminata dalla luce gialla. Silenzio per chilometri, nessuna persona, nessuna macchina, nessun cane.
Quando l'ho visto a dire il vero lo avevo già intuito, come quando si intuisce una cosa brutta, in fondo lo si capiva da lontano che cos'era. Però non c'era niente attorno, ecco il punto, non un segno, non un oggetto, non una prova, solo quel corpo abbandonato da solo sulla corsia di destra, un braccio aperto e la guancia sull'asfalto.
A passarci di giorno è tutta un'altra cosa, fa caldo oggi e ho sonno, ogni tanto la testa crolla sul sedile e mi addormento. Arriviamo nel quartiere di Vila Esperancia e scendiamo, io, i due agenti di credito dell'AVSI - una ONG di Milano - e Lia, una ragazza che lavora all'ONU e che ho ritrovato qui, per i famosi casi della vita, dopo quattro anni. Si tratta di stabilire se l'uomo che sta dentro quella specie di capanna sarà in grado di fare buon uso dei soldi che gli si vanno a prestare - pochi per un milanese, diciamo il costo di un buon venerdì sera, ma tanti per lui. Si chiama microcredito, cioè micro-prestiti a micro-imprenditori per micro-imprese, soldi con i quali il nostro può permettersi di comprare che so, una macchina da cucire se vuole darci di taglio e cucito, o delle api se vuole vendere cera e miele. (continua)
2) La domenica qui in genere si fa il churrasco.
Ci si mette tutti in giardino - tanto qui è sempre primavera - ricchi e poveri, i ricchi con la carne rossa e i poveri col pollo, in ogni modo il tutto infilato in uno spiedino e bruciato sopra una fiamma. Nel frattempo si parla, molto, e soprattutto si balla.
Il churrasco comincia verso l'una e, quando va bene, finisce verso le nove di sera. ]
Prima, dopo e durante ogni nuovo piatto di carne si beve alcool. I ricchi la caipirinha, i poveri non so.
Basterebbe un piccolissimo restyling e poi sarebbe assolutamente pronta per le passerelle internazionali, Milano, Parigi, New York.
È stata lei, fissandomi dal centro della strada, alzando le braccia al cielo a fare toccare i dorsi delle mani e dando una mossa elettrica a tutto il corpo, ad accogliermi in questa città: "This is Bahia!"
Il quartiere centrale della città è magico, viuzze strette con case coloniali colorate e slarghi funzionali alla logistica del mercato degli schiavi che qui è stato abolito per ultimo nel mondo. Infatti sono tutti negri, negri che cantano, negri che ballano, negre vestite di bianco e colorate coi pizzi, e siamo appena agli inizi.
È sera ed il quartiere è poco illuminato, ci sono poliziotti ovunque. Questo posto è pericoloso.
È l'ora di cena e già nelle piazze all'interno delle case si suona. Non ho tempo di fermarmi; cammino lasciandomi trasportare dalla musica. Mi fermo per cercare delle sigarette di paglia, arriva un ragazzino che vende sigarette ma quelle di paglia non le ha. Porta attaccato al collo una cassetta piena di sigarette, caramelle, accendini, me la lascia in mano e corre a cercare le sigarette che ho chiesto, ed io resto in piedi per cinque minuti con la cassetta in mano, responsabile della totalità dei suoi beni. Arriva una ragazza presumibilmente tedesca per comprarmi un pacchetto di marlboro, mi guarda in piedi con la cassetta in mano, poi si accorge dal colore dei miei occhi e dalle mie Nike che c'è qualcosa che non quadra e se ne va senza dire niente.
Cerco un telefono nella piazza dove sono e telefono a Rosa. Dopo due minuti sento un po' di fiato sul collo, mi volto e trovo due ragazzine, nere come la notte, con l'orecchio puntato giusto a dieci centimetri dalla mia nuca. Gli chiedo cosa volessero mai, mi rispondono che volevano sentirmi parlare in italiano, poi mi dicono che sono bellissimo.
Non posso non essere d'accordo, quindi cominciamo a parlare. Loro lavorano qui, in uno studio grafico, una ha ventiquattro anni, l'altra diciannove, mi chiedono un po' tutto della mia vita, poi quella più piccola mi chiede se la voglio sposare. Le rispondo subito, senza illuderla, che ciò non rientra nei miei programmi di breve.
La spiaggia di Copacabana è luogo di terapia, più che di sfoggio del corpo. A differenza, che so, del lungomare di Venice Beach, di Central Park, o di Viale Ceccarini a Riccione, qui più che corpi statuari si concentrano chiappe flaccide e pancette a coprire leggermente la cinta dei pantaloni. Chi corre e suda in costume da bagno la mattina alle 8, sopra la sabbia bianca in riva al mare con lo sfondo della città più stupenda del mondo, lo fa generalmente perché sul corpo deve lavorare, e di solito ancora tanta strada deve fare. Quelli che il fisico se lo sono già fatti sono a sculettare con le braccia alzate sui carri del carnevale, oppure, più semplicemente, a lavorare.
Fare colazione a Rio dopo avere cenato a Milano aiuta sempre a risolvere il leggero intorpidimento da jet lag. In particolare, l' individuazione del giusto baracchino di succhi tropicali e del suo miscuglio di punta, la Super Bomba - contenente una decina di frutti dei quali almeno cinque o sei mai sentiti prima, ma sicuramente al limite della sostanza stupefacente - aiuta nella fatica di tutti i giorni.
Rio de Janeiro, sia la prima o la centesima volta che ci si arrivi, evoca il piacere di vivere, nell' accezione più crassa e superficiale, ossia temperatura, sole, mare, verde, cibo, odori, calcio, gente, bambini. Camminare a torso nudo nell' inverno brasiliano è uno spettacolo di vita, un piacere inimmaginabile. E mentre mi compiaccio del sole e del vento sulla faccia, la gente normale, prima di andare a lavorare, o in sostituzione del lavoro, attorno a me vive questo paradiso come se gli fosse dovuto. Sulla spiaggia tante piccole scenette di teatro una dietro l'altra: bagnini che cominciano ad organizzare i territori per la giornata, vecchi che camminano alzando e abbassando le braccia, bambini che corrono con piccole tavole da surf, coppie grasse che giocano sul lungomare, e tutti gli altri che stanno a guardare come comparse in attesa di diventare essi stessi attori. E dietro tutto ciò, una città che pulsa; e sopra tutta la città che pulsa, la statua a benedire Copacabana, i bagnini, i bambini, e pure tutti gli altri, quelli dall'altra parte, quelli senza mare, senza sole, senza verde e senza cibo.
Russia
Il primo impatto con il potere della geometria lo si ha subito, appena prima di atterrare all'aeroporto. Strade perfette, linee precise che uniscono due punti, secondo la definizione dei manuali, paesi rettangolari scavati nelle foreste con precisione goniometrica, e il sole dell'avvenire sullo sfondo.
Fa caldo infatti, è l'una del pomeriggio qui e la luce del giorno proseguirà fino alle undici di sera. Arriviamo al nostro albergo, giusto sulla piazza rossa, ma le stanze sono troppo da guerra fredda per i nostri gusti, dunque scendiamo per fare un upgrade, e soprattutto per cercare di tradurre in russo upgrade, ed ottenere una stanza più bella e con vista sul Cremlino.
Per fare questa operazione però le ragazze bionde della reception non hanno deleghe sufficienti, deve essere il comitato turistico centrale (letterale) a decidere per l'eventuale upgrade, ma il comitato turistico centrale non si riunisce il sabato e neppure si riunisce la domenica, quindi niente stanze nuove e niente vista sul Cremlino.
La metropolitana di Mosca è proprio come la volevano quelli che l'hanno costruita, primo tra tutti Giuseppe Stalin: la più bella del mondo.
Ed in effetti la è, senza dubbio, né quella di New York, né quella di Londra, neppure quella di Parigi con le stazioni a tema, neppure quella di Roma che potrebbe spiccare, a suo modo, per la sua totale inutilità e piccolezza, neppure questi tubi riescono ad essere tanto affascinanti quanto gli spazi sotterranei della metrò di mosca. E quando si dice sotterranei, in questo caso si intende pressapoco prossimi al centro della terra.
Così infatti l'ha voluta Giuseppe, sotterranea che più di così non si può, due piccioni con una fava, metropolitana e rifugio in caso di attacco americano allo stesso tempo.
Intuito poi col passare degli anni che a poco sarebbero comunque serviti i suoi cunicoli nel caso di una guerra nucleare, i successori di Stalin avevano preso a costruire le nuove stazioni invece il più in superficie e nel modo più economico possibile, non mi stupirei se ora le appaltassero direttamente alle solite multinazionali americane.
A parte i dettagli della storia, i comunisti qui hanno fatto davvero un gran bel lavoro. Le stazioni costruite attorno agli anni '40 sono uno splendido esempio di architettura neoclassica, spazi trionfali di marmo, pietra, bassorilievi e statue di giovani lavoratori, baldanzosi e soprattutto volenterosi, che qui a Mosca stanno in verità un po' dappertutto, appesi ai muri dei palazzi, in cima ai tetti dei monumenti, di fianco alle porte della Duma.
La metropolitana di Mosca è pulitissima, spaziosissima, puntualissima, non passano mai più di due minuti prima che arrivi un treno sopra i binari con il soffitto affrescato e l'illuminazione dei lampadari liberty-comunisti che riflettono la luce sulle volte.
Le carrozze sono bellissime, sedili di pelle e lampade ad incandescenza. Solo un poco rumorose, è vero, ma tanto nessuno si deve ascoltare in fondo, perché nessuno parla.
Fotografare San Pietroburgo è un po' come per un fotografo di moda fare una foto alla Casta o a Brad Pitt.
Da qualunque parte, con qualsiasi angolazione, con ogni qualità di luce, il soggetto comunque viene sempre bello.
Berlin
Il cielo sopra Berlino è grigio; un grigio Fassbinderiano, Wendersiano, a voler fare i cinefili, ma grigio rimane. Breve fuga in questa città meravigliosa, mai terminata, mai illuminata per l'inaugurazione, che buia era e rimane, e forse sarà sempre.
Ah, come è bello passeggiare per i marciapiedi sfibrati di Berlino la notte. Ti sembra di vederle ancora, le facce delle persone, quelle della città divisa.
Ti sembra di vederle a destra e a sinistra, ad est e ad ovest le facce, io me le sono sempre immaginate tristi. Raccolte in un intimo, uniforme dolore dentro le loro case grigie, quelle ad est, a cercare di dimenticare ciò che sta intorno, ciò che sta al di là. Abbandonate, semplicemente abbandonate, quelle ad ovest, come in una brutta dependance di un bell'albergo.
Berlino è così, per me, tutte le vecchie piastrelle della metropolitana color verde cesso, trasudanti sporco e grasso mal lavato, sono ben più reali dei nuovi cartelli uniformi, uguali a destra ed a sinistra, con il font delle scritte aggiornato ai dettami grafici delle metropolitane europee. I nuovi vagoni, prodotti in Baviera, niente possono di fronte alle vecchie carrozze con improbabili boiserie in legno e sedili multicolore molto anni '70, molto inguardabili, ma belli. Quelle vecchie sono persino più silenziose, più adatte a meglio ospitare le facce silenziose dei viaggiatori, di qua e di là.
Una cosa veloce, questo business trip a Berlino. Solo il tempo di godersi qualche giro all'est e diverse birre nel bar del centro sociale con annesso negozietto. Alla faccia del negozietto, questi punk tedeschi biondi e stonati hanno raccolto i loro artisti in giro per le strade, hanno messo su un'officina nel cortile occupato e ti producono di quei manufatti d'arte in metallo che poi arrivano quelli bassi, di tedeschi, quelli con la Mercedes, la panza la giacca e la cravatta, entrano e quelli si, che ce li hanno gli assegni lunghi lunghi per comprare i manufatti d'arte in metallo.
L'amica thailandese non è qui stavolta, l'amica tedesca Ulrike è troppo tedesca, troppo di Osnabrueck per passarci più d'una sera insieme.
Il mio albergo è sul mitico Kurfustendamm, quello dove andavano a rubare Christiane F. e i suoi ragazzi dello zoo per poi farsi le pere, una zona un tempo squallido quartiere commerciale, ora semplicemente quartiere commerciale.
L'albergo stasera era pieno, infatti a Berlino c'è un grosso convegno sulla menopausa, la città è piena di ginecologi. La collega con la quale viaggio stavolta aveva sbagliato la prenotazione della stanza e non c'era più posto, così le ho lasciato la mia e me ne sono andato in un altro hotel, sorpresa, ancora più bello, nuovissimo. Arredamento di tendenza, molto essenziale, design nordico, tutto grigio con fiammate di colore qua e là, gli oggetti dalle forme squadrate ed appuntite e dai colori pastello, tutto molto bello, tutto molto tecnologico, sennonchè tra due anni, per forza, gli oggetti pastello saranno tutti sporchi e le forme appuntite inevitabilmente smussate.
Questo fa il tempo, per forza, a tutte le cose. Ma qui no.
A Berlino ciò che è nuovo, sì, si corrompe; il passato invece rimane fisso, vecchio, buio, grigio
Newport
Direi che allo stato attuale mi trovo nel Regno Unito, in particolare a Newport, una ridente cittadina industriale nel Galles dove l'unica cosa da vedere è il sole, quel giorno durante l'anno in cui emerge dal muro delle nuvole, perenni, dense e nere.
No, beh, dimenticavo, c'è un'altra cosa da vedere. Il mio albergo.
Il mio albergo, si chiama Celtic Manor, è un albergo molto particolare.
Indubbiamente uno degli hotel più belli che mi sia mai capitato di vedere, sicuramente il più affascinante. È stato ristrutturato da un indigeno che, avendo venduto alla Alcatel la sua fabbrichetta per 5000 (cinquemila) miliardi qualche anno fa, non sapeva veramente cosa diavolo fare dei suoi soldi, e quindi, ossessionato dal golf, ha deciso di ricostruire l'albergo più bello del Galles ed il suo bel green attorno. Avete presente una cattedrale nel deserto? Ecco. Anzi, avete presente l'albergo di Shining? Uguale. Questo, in effetti, è il problema. Ma non ci puoi fare niente, ogni dettaglio ti ricorda quel posto, le gemelle, le biciclette, eccetera.
L'immensa struttura è situata in cima ad una collina, anzi la domina, satanicamente, la sovrasta, le incute timore insomma. Lo stile è quello del maniero (da cui il nome) inquietante di suo, già da tempo presente tra gli stereotipi cinematografici dei ragazzini come noi, generazione X, cresciuti da Psycho in poi con l'idea che da posti come questi non può davvero mai saltare fuori niente di buono, che il minimo sono urla, lacrime, sangue, refrain satanici, e morte.
Il posto è enorme.
Il posto è enorme, e completamente vuoto. Non c'è nessuno. Mai.
La hall è immensa, alta otto piani, vuota. Del ristorante non si vede la fine, qualche commensale in fondo, vuoto. Il bar, e la sala da ballo, beh, quelli fanno persino ridere. Sono quelli dove Jack Nicholson amava sollazzarsi in compagnia del solo barista, in preda ai suoi deliri (o forse erano i nostri deliri?). Comunque, quelli. Stanze immense, vuote. Corridoi infiniti, dove cammini, davvero, guardando l'orologio quando parti, e guardandolo ancora quando arrivi.
Bene. Ieri sera ero molto stanco. Dopo una cena di quelle complete, con tutte le portate, mi sono trasferito al bar, per farmi un bicchiere di porto. Immaginate la scena: io ed il barista al bancone, a parlare del passato eccetera. Attorno a noi, un'orchestrina di due elementi che suonava ottimo jazz, per noi, per me, per lui e soltanto per noi. Stanco e ubriaco me ne vado in stanza, enorme. Sul tardi spengo la luce per addormentarmi. Mi sento più solo del solito, in questo posto. Ho mangiato tanto e bevuto troppo, e nel sonno le pago tutte, insomma non sto bene già di mio, comincio a girarmi nervoso nel letto, la mia mente comincia a viaggiare, a crearsi le sue paure, i suoi piccoli incubi, l'albergo aiuta, eccome, quei corridoi, quegli spazi grandi e vuoti, il buio. Quella che è chiamata normalmente paranoia. Sono quasi al limite, sto per uscire dal mio incubo in quella specie di dormiveglia in cui stavo vegetando, quando suona il telefono.
Il telefono? Alle tre di notte? Nessuno sa che sono qui, in questo albergo, al massimo mi chiamano al cellulare. Veloce, rispondo, al massimo della coscienza, sussurro gentile: "Si?"
"JUICY LEMON!"......tu...tu...tu...tu...tu...
Avrei voluto poter vedere la mia faccia. Già rovinata dai crampi dell'indigestione e dagli incubi, qualcuno mi chiama al telefono nell'albergo di Shining e mi dice con tono cattivo Juicy Lemon.
Terrore. Che cosa diavolo vorrà dire Juicy Lemon? Mi vanto di conoscere lo slang, ma Juicy Lemon non l'ho mai sentito. Limone succoso, va bene. D, hai mai letto di un serial killer che prima di uccidere chiamava le proprie vittime e gli diceva Juicy Lemon? L'hai mai visto in nessun film? Non ti ricordi?
Sicuramente quei camerieri giovani, francesi, che ti hanno servito a cena. Quelli ti hanno visto, sanno il tuo numero di stanza, sanno che sei solo, che non opponi resistenza. Sono qui apposta, lavorano in alberghi diversi in giro per l'Europa, finché una sera non trovano la vittima, la scelgono, la chiamano al telefono della stanza, le dicono Juicy Lemon e poi la uccidono a coltellate nel sonno. Tanto sanno come entrare nella stanza, il passe-par-tout.
Ho capito, mi vogliono uccidere.
Mi alzo, sfatto, vado verso la porta, chiudo a chiave. Senz'altro non basta, mi dico. Il passe-par-tout. Prendo allora una di quelle poltrone grandi e la metto sotto alla maniglia della porta. Dovrei essere al sicuro.
Me ne torno a letto.
Mi riaddormento per la stanchezza, poi dopo un'ora, assetato, mi prendo una bottiglietta di minerale dal minibar, ne bevo metà e la lascio sul comodino. Mi riaddormento, sono le quattro.
Alle cinque, ci siamo. Quello che avevo immaginato sta accadendo. Qualcosa di grosso, comunque, sta accadendo. Una sirena mi silura l'orecchio destro, una voce nel silenzio delle cinque di mattina urla, calma e decisa "Ladies and gentlemen! Give me your attention please! A fire's been noticed in the hotel! Please get out of your room now and don't use the elevators!".
Ci siamo, penso, quei bastardi dei camerieri francesi, non riescono ad entrare e mi vogliono snidare, vogliono farmi uscire, poi mi uccidono. Mi alzo, per andare comunque incontro al mio destino, vado verso la porta, poi torno indietro, mi metto giù un po' più dignitoso per andare incontro alla morte, un paio di jeans, una camicia, la sirena continua a rompermi i timpani, la voce sempre più forte, sempre più ordini, presto, uscite. Apro la porta, sicuro di trovare i francesi. Hanno fatto suonare la sirena nella mia stanza per tirarmi fuori. Apro, ed esco.
Il corridoio è vuoto, nessun francese. La sirena si sente in tutto il corridoio. Sto per scendere, con calma. Un tipo nella stanza davanti esce, nudo in mutande, e con una faccia non descrivibile. Ci guardiamo entrambi, senza nessuna intenzione. Mentre fisso il tipo nudo, tutto finisce. La sirena tace, la voce tace, rimango nel corridoio in jeans e camicia, io e il tipo nudo. Lui è più furbo di me, chiude la porta e se ne torna a letto.
E io pure. Chiudo la porta a chiave, tranquillo, vado verso il letto, ma manca qualcosa. La bottiglia.
La bottiglia che avevo messo sul comodino non c'è più. Ero sicuro, l'ho messa li, mezza piena, certo. Non c'è più. I francesi. Bastardi. Un avvertimento. Per questa volta non ti uccidiamo, ma avremmo potuto farlo, siamo stati di fianco al tuo letto e abbiamo preso noi la bottiglia. Terrorizzato, mi scaravento nel minibar. Manca una bottiglia, cerco in bagno, sul tavolo, no...i francesi sono proprio stati qui, l'ho scampata. Sono ancora vivo. Cerco la bottiglia, ovunque. Poi con la coda dell'occhio, mentre metto sottosopra la stanza, la vedo, sotto il letto, era caduta dal comodino, devo essermi agitato nel letto.
Niente da dire, crollo sulle lenzuola. Il resto lo sapete, se potete leggere questo. Sono vivo.
E i francesi...i francesi non li ho ancora visti, stasera.
Ouagadougou
Sono a cena con il presidente del Burkina Faso completamente ubriaco.
Perché
Perché, cosa? Perché avere un blog, o perché un viaggio in India?
Riguardo alla prima domanda, beh, avere un blog è un must ormai, chi non ce l'ha, chi si può permettere di non averlo? Avere un blog è indispensabile oggi, per stare bene nella società, come fare volontariato di tanto in tanto, o dire che Dio va bene ma la Chiesa però, o le bandiere arcobaleno appese alle scuole elementari. Sono cose che non si mettono in discussione, sono cose giuste.
Pare che per essere non sia più solo utile avere - a questo si era arrivati da tempo - ma che ora sia necessario dire.
Dunque anch'io, che nella società voglio essere, e avere e dire al pari di tutti, figlio della società democratica che usa Internet, democratico per eccellenza, ho un posto dove avere e dire, al pari di tutti.
Blog, per i retrogradi che ancora non lo sapessero, è il vezzeggiativo di weblog, dove "web" lo capiscono pure i retrogradi cosa significa, e "log" invece sta letteralmente per "trascrizione di attività". È uno spazio personale in rete in cui si raccontano le proprie emozioni, le proprie avventure, le proprie idee.
Non è un website, è un diario. E qui sta la stranezza. Rendere disponibile sul medium più potente, ed accessibile da chiunque, la propria vita. Consegnare al mondo le chiavette del proprio diario. Aprire il libro della propria testa.
Non c'è uno stridere di fondo in questo contrasto, l'intimità e la pubblicità, non c'è un sospetto di inutile narcisismo in chi scrive o di voyeurismo in chi legge? Si, eppure lo strumento piace, cresce, è nostro, è codificato ormai come luogo di comunicazione, con le sue regole, i suoi schemi, il suo linguaggio. È più di chi scrive che di chi legge, il blog, naturalmente e per fortuna.
Riguardo alla seconda domanda, perché un viaggio in India?
Per cercare (e trovare) me stesso, forse? Per l'odore di incenso? Lo yoga? Un'esperienza esistenziale? Per vedere La Luce?
Niente di tutto questo, è che mi hanno detto che nelle carrozze dei treni indiani è appeso un cartello con su scritto: "È vietato cucinare".